Il diritto alla salute appare come uno di quei pilastri granitici della nostra Costituzione, almeno finché la realtà non lo mette alla prova. È allora che emergono le incrinature: nei conti pubblici, nelle aule giudiziarie, nei rapporti spesso tesi tra Stato centrale e Regioni, nel confronto – raramente sereno – tra decisori politici, apparati amministrativi e mondo produttivo.
Proprio da questi attriti, molto più che da enunciazioni di principio, è nato il seminario “Il diritto alla salute nella prospettiva multilivello. Terapie per la sanità malata”, svoltosi il 4 febbraio all’Università degli Studi di Milano.
L’incontro ha offerto un’analisi sobria e molto ancorata alle istituzioni su un tema che attraversa in profondità l’intero Servizio sanitario nazionale: quanto sia arduo rendere effettivo un diritto costituzionale fondamentale in un contesto segnato da vincoli di bilancio sempre più stringenti, frammentazione delle competenze decisionali e una regolamentazione via via più intricata. Problemi che non si risolvono con ricette semplicistiche, perché – come è stato ripetuto con nettezza – la sanità rappresenta oggi uno dei terreni in cui si manifestano con maggiore evidenza le tensioni strutturali dello Stato contemporaneo.
Il diritto alla salute come perno dell’ordinamento
Negli interventi di taglio più istituzionale è emerso con forza che la salute non va ridotta a questione meramente tecnica o settoriale. Si tratta invece di un elemento portante dell’intero assetto costituzionale, capace di tenere insieme livelli di governo differenti, norme di varia fonte e interessi che spesso tirano in direzioni opposte.
Luca Antonini, vicepresidente della Corte costituzionale, lo ha ricordato con particolare intensità: la giurisprudenza costituzionale si trova sempre più spesso a dover mediare tra l’universalismo delle prestazioni, la tenuta economica del sistema e le autonomie regionali.
Un bilanciamento precario, che finisce regolarmente sotto la lente della Consulta quando i conflitti maturano all’interno di un assetto multilivello complesso.
La Corte non fabbrica politiche sanitarie, ma delimita confini, stabilisce priorità e verifica la ragionevolezza delle scelte. Compito delicato, soprattutto in presenza di disuguaglianze territoriali sempre più marcate e di attese dei cittadini in costante crescita.
Un diritto sociale, non solo individuale
Un punto condiviso da tutti i partecipanti è stato questo: il diritto alla salute non è un diritto di matrice puramente individuale. È un diritto sociale a tutti gli effetti, che si concretizza solo attraverso prestazioni, strutture, risorse e capacità di governo effettive. La sua reale portata dipende quindi dal funzionamento complessivo delle istituzioni pubbliche e dalla solidità del sistema nel suo insieme.
Riconoscere la salute come diritto sociale significa ammettere che essa vive dentro un equilibrio instabile tra garanzie costituzionali, limiti di bilancio e responsabilità amministrative. Equilibrio che non può reggersi solo sulla giurisprudenza o sulla tecnica amministrativa: chiama in causa la politica nel suo significato più alto, ossia dare forma e indirizzo a un interesse generale che, in materia sanitaria, coincide con la coesione nazionale stessa.
Multilivello: non uno slogan, una realtà scomoda
Il termine “prospettiva multilivello” non è stato usato come orpello accademico, ma come fotografia di un sistema reale in cui norme e decisioni europee, nazionali, regionali e locali si intrecciano spesso senza un vero coordinamento.
In sanità questo si traduce in processi decisionali lenti, responsabilità disperse e, soprattutto, in un accesso alle cure che rischia di non essere più equo.
Renato Balduzzi, già ministro della Salute e oggi presidente dell’Associazione Italiana Costituzionalisti, ha ripercorso il tema in chiave storico-istituzionale.
La riforma del Titolo V ha notevolmente ampliato le competenze regionali in sanità, ma senza fornire al sistema strumenti adeguati di regia e di controllo unitario. Ne è derivata una sanità che sulla carta resta universale, ma nella pratica presenta disuguaglianze profonde, legate al luogo di residenza, alla qualità della gestione regionale, alla tenuta dei conti locali.
Finanza pubblica e tenuta costituzionale: due facce della stessa medaglia
Uno dei passaggi più densi del dibattito ha riguardato il legame indissolubile tra sostenibilità finanziaria e sostenibilità costituzionale. Spesso si presentano come poli contrapposti, ma in realtà sono intrecciati: non c’è diritto alla salute senza risorse adeguate, ma non c’è nemmeno sostenibilità di bilancio che possa legittimare una compressione sistematica di un diritto fondamentale.
L’obbligo di responsabilità di bilancio, sancito anch’esso a livello costituzionale, non può trasformarsi in pretesto per un arretramento dello Stato. Al contrario, impone di ripensare con serietà le priorità di spesa, l’efficienza dei processi e la capacità di governare l’intero settore. Ed è proprio qui che il discorso istituzionale incontra necessariamente quello industriale: la sanità non è solo capitolo di spesa pubblica, è anche filiera produttiva, innovazione, ricerca, occupazione qualificata. Tralasciare questa dimensione significa rinunciare a una visione d’insieme.
Oltre la contrapposizione pubblico-privato
Dal confronto è emersa con forza l’esigenza di archiviare una dicotomia ormai superata tra pubblico e privato.
Il sistema sanitario di oggi funziona grazie a una fitta rete di interdipendenze: tra amministrazioni, industria farmaceutica, produttori di dispositivi, ricerca clinica e autorità di regolazione. Governare queste relazioni è prima di tutto una questione politica.
Non si tratta di negare il ruolo dell’industria, ma di definirne con chiarezza i limiti e le condizioni: trasparenza, accountability e subordinazione all’interesse pubblico devono diventare criteri non negoziabili. Senza una regia istituzionale solida, il rischio è che l’innovazione corra più veloce delle regole, finendo per accentuare – invece di attenuare – gli squilibri già presenti.
Un sistema sotto pressione, non un sistema collassato
Definire la sanità “malata” non equivale a sentenziarne il fallimento. Significa riconoscere che il Servizio sanitario nazionale sta reggendo uno stress strutturale determinato da invecchiamento della popolazione, avanzamento tecnologico, vincoli economici e assetto istituzionale frammentato.
Pensare che bastino ritocchi marginali è solo un modo per guadagnare tempo. Il messaggio che arriva dal seminario è netto: il diritto alla salute va ripensato come progetto collettivo, non come mero elenco di prestazioni.
Servono una visione di lungo periodo, maggiore capacità di coordinamento e una rinnovata assunzione di responsabilità da parte di tutti gli attori in campo.
Temi di questa portata non si esauriscono in una mezza giornata di studio. Hanno bisogno di luoghi di confronto permanenti, di un dialogo continuo tra istituzioni, mondo accademico e decisori industriali, di un linguaggio in grado di tenere insieme diritto, economia, politica industriale e coesione sociale. Senza semplificazioni retoriche, ma anche senza paura della complessità.
Perché la sanità non è soltanto una voce di bilancio. È lo specchio più fedele dello Stato: restituisce un’immagine che può risultare scomoda, ma che non si può continuare a ignorare.


