Dazi USA al 100% sui farmaci. L’Italia a rischio reshoring

L’amministrazione Trump ha annunciato ufficialmente l’imposizione di tariffe fino al 100% sui farmaci brevettati e sui relativi ingredienti farmaceutici importati negli Stati Uniti, con esenzioni selettive per chi sottoscrive accordi di pricing “Most Favored Nation” (MFN) e piani di onshoring della produzione e della R&D

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L’industria farmaceutica italiana si sveglia oggi sotto la minaccia più concreta degli ultimi anni. Ieri, 2 aprile, il presidente Donald J. Trump ha firmato la proclamazione presidenziale che impone dazi fino al 100% ad valorem su tutti i farmaci brevettati e sui relativi ingredienti farmaceutici (API) importati negli Stati Uniti, invocando la Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962 per motivi di “sicurezza nazionale” (leggi la Proclamazione presidenziale)

La misura, annunciata con un Fact Sheet della Casa Bianca, non è una minaccia generica: è selettiva e chirurgica. Colpisce duramente chi non ha sottoscritto accordi di Most Favored Nation (MFN) pricing con il Dipartimento della Salute (HHS) e piani di reshoring della produzione e della R&D con il Dipartimento del Commercio. Chi invece ha già chiuso questi deal – e sono già 26 big player mondiali – beneficia di esenzione totale fino al 20 gennaio 2029.

I dettagli della proclamazione: tariffe a scaglioni e scadenze ravvicinate

Secondo il testo ufficiale della Casa Bianca, la tariffa base è del 100% sui prodotti elencati nell’Annex I. L’entrata in vigore è fissata al 31 luglio 2026 (120 giorni) per le grandi aziende e al 29 settembre 2026 (180 giorni) per le medie e piccole.

Esistono però vie d’uscita calibrate:

  • 0% fino al 20 gennaio 2029 per le imprese che hanno già firmato (o stanno finalizzando) accordi MFN di pricing e impegni concreti di onshoring.
  • 20% (destinata a salire progressivamente fino al 100% entro il 2 aprile 2030) per chi si impegna solo sul reshoring della produzione.
  • 15% per i prodotti originari di UE, Giappone, Corea del Sud, Svizzera e Liechtenstein.
  • Tariffa ridotta o zero per il Regno Unito in base a futuri accordi di pricing.

Generici, biosimilari e ingredienti associati sono al momento completamente esenti (con revisione tra un anno). Escluse anche le terapie cellulari e geniche, i farmaci orfani, le contromisure per minacce CBRN, i prodotti veterinari e altre categorie strategiche per la salute pubblica USA.

La Casa Bianca motiva la scelta con la dipendenza eccessiva dalle importazioni: solo il 15% degli API brevettati è prodotto negli Stati Uniti, mentre il 53% dei farmaci brevettati distribuiti sul mercato americano arriva dall’estero. “Le catene di fornitura globali sono vulnerabili a shock geopolitici”, si legge nella proclamazione. L’obiettivo dichiarato è duplice: riportare in patria produzione critica e abbassare i prezzi dei farmaci per i cittadini americani attraverso il meccanismo MFN, accessibile anche tramite la piattaforma TrumpRx.gov. (del portale governativo ne avevo parlato a novembre nell’articolo TrumpRx e l’arte di riscrivere le regole del gioco)

Le aziende “salvate” e l’assenza dell’Italia

Già prima della firma, 26 multinazionali avevano siglato accordi: tra queste Pfizer, AstraZeneca, Eli Lilly, Johnson & Johnson, Merck e Novo Nordisk. In totale hanno promesso investimenti per circa 400 miliardi di dollari in nuovi impianti, R&D e produzione negli USA. I loro prodotti beneficiano già di esenzioni pluriennali.

Nessuna grande azienda italiana figura nell’elenco pubblicato su whitehouse.gov/investments né su TrumpRx.gov. Il comparto nazionale – forte nella produzione di principi attivi, farmaci di marca e biotecnologie – si trova quindi esposto alla tariffa piena, salvo interventi rapidi di negoziato.

L’Italia esporta verso gli Stati Uniti farmaci e vaccini per un valore annuo superiore agli 11 miliardi di euro (dati Farmindustria aggiornati al 2025, con crescita costante). Gli USA rappresentano il primo mercato extra-UE per il nostro pharma. Un’impennata tariffaria del 100% renderebbe molti prodotti non competitivi, con ripercussioni dirette su siti produttivi in Toscana, Abruzzo, Lazio, Lombardia e Campania, dove operano sia multinazionali sia CDMOs italiani.

La posizione di Farmindustria: farmaci bene primario, serve negoziazione politica

Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, ha più volte ribadito in questi mesi la linea dell’associazione: i farmaci rappresentano un bene primario che incide direttamente sulla salute dei cittadini americani e la risposta deve essere anzitutto politica.

«Siamo fiduciosi che la negoziazione del Governo italiano e della Commissione europea possa portare a un esito positivo, escludendo i farmaci dai dazi o riducendone fortemente l’impatto, perché i primi a farne le spese sarebbero proprio i cittadini statunitensi, con possibili riduzioni di disponibilità e aumento dei costi».

Cattani ha sottolineato che gli Stati Uniti non possono sostituire rapidamente i circa 11 miliardi di euro di farmaci e principi attivi provenienti dall’Italia e che l’Italia si trova in una posizione di forza per condurre trattative efficaci. Ha inoltre invitato a guardare al futuro con «sano pragmatismo», evitando escalation che finirebbero per rafforzare soltanto altri competitor globali come la Cina.

Dal protezionismo trumpiano alla supply chain globale

Non si tratta di un fulmine a ciel sereno. L’amministrazione Trump aveva già lanciato segnali forti con lettere inviate ai CEO pharma nell’estate 2025 e con l’avvio dell’indagine Sezione 232. La bocciatura parziale di precedenti dazi da parte della Corte Suprema aveva spinto l’amministrazione a scegliere questa strada più “legale” e mirata, legando tariffe a impegni concreti di reshoring e pricing.

La misura rafforza una tendenza già in atto: molte multinazionali stanno spostando quote di produzione negli USA proprio per evitare rischi tariffari futuri. L’effetto domino potrebbe colpire i CDMOs europei e le catene di fornitura asiatiche, con possibili aumenti di costi e ritardi nei lanci di nuovi farmaci.

Per l’Italia, che nel 2025 ha visto l’export farmaceutico crescere del 28,5% trainato proprio dal mercato americano, il rischio è duplice: perdita di quote di mercato e rallentamento degli investimenti esteri. Analisti stimano che un impatto pieno sui 10-11 miliardi di export verso gli USA potrebbe tradursi in una contrazione di oltre 2,5 miliardi di euro solo per l’industria nazionale, con effetti a cascata su occupazione qualificata e indotto.

Prospettive operative per le aziende italiane

Le imprese del settore farmaceutico italiano si trovano ora di fronte a una serie di scelte strategiche per tutelare la propria presenza sul mercato statunitense e limitare l’impatto potenziale della nuova proclamazione.

Tra le principali linee di azione da valutare con urgenza figurano:

  1. Analisi dettagliata del portafoglio prodotti rispetto all’Annex I della proclamazione, per identificare con precisione quali molecole e principi attivi potrebbero essere interessati dalla tariffa al 100% e quali invece rientrano nelle categorie esenti (generici, biosimilari, orfani, terapie avanzate).
  2. Valutazione dell’opportunità di avviare o accelerare trattative per accordi di Most Favored Nation (MFN) pricing con l’HHS e piani di onshoring con il Department of Commerce. L’opzione che combina entrambi gli impegni resta quella più favorevole, offrendo esenzione tariffaria fino al 20 gennaio 2029.
  3. Esplorazione di soluzioni intermedie, come impegni parziali di reshoring della produzione o partnership con player americani, che consentirebbero di beneficiare almeno della tariffa ridotta al 20% iniziale.
  4. Monitoraggio costante delle esenzioni e delle possibili revisioni annuali previste dalla proclamazione, in particolare per le categorie legate a esigenze di salute pubblica.
  5. Coordinamento con le associazioni di categoria (Farmindustria in primis) e con le istituzioni italiane ed europee, per sostenere un’azione diplomatica congiunta che valorizzi la posizione di forza dell’Italia come fornitore affidabile e di qualità per il mercato USA.

Molte aziende stanno già considerando percorsi di diversificazione della supply chain o rafforzamento della presenza produttiva negli Stati Uniti, trasformando la sfida tariffaria in un’occasione per rivedere e rendere più resiliente la propria strategia globale.