Punto di partenza, non punto di arrivo

Il Quality Risk Management farmaceutico ha fatto passi importanti con ICH Q9(R1) e la nuova Guida ISPE 2026. Ma il confronto con automotive, avionica ed elettronica mostra una distanza ancora significativa: nel pharma il rischio è spesso valutato a valle delle decisioni, più per documentare la conformità che per orientare progettazione e sviluppo. La vera sfida è trasformarlo in uno strumento capace di guidare le scelte.

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In tre anni il Quality Risk Management farmaceutico ha ricevuto due nuovi importanti riferimenti. Nel 2023 l’International Council for Harmonisation of Technical Requirements for Pharmaceuticals for Human Use (ICH)  ha rivisto dopo diciotto anni la prima linea guida internazionale sul tema ICH Q9 che è stata rilasciata come R1. In questa revisione, ICH ha riconosciuto la soggettività come limite strutturale della valutazione, ha introdotto la risk question come prerequisito formale e – passaggio meno appariscente ma più profondo – ha incluso la mancata disponibilità del farmaco fra i danni al paziente. Nel giugno 2026, ISPE ha pubblicato la propria Quality Risk Management Guide, la trattazione operativa più estesa mai dedicata a quella linea guida che si allinea direttamente con ICH Q9(R1).

Letti insieme, questi documenti offrono un quadro più ordinato e completo di quanto il settore avesse finora disponibile, e sarebbe naturale leggere questo evento come un traguardo. Conviene però scegliere con cura il termine di paragone: rispetto al mondo farmaceutico di dieci anni fa la distanza percorsa è sicuramente notevole, ma rispetto ad altri settori merceologici – che con gli stessi strumenti lavorano da decenni – il quadro cambia parecchio.

Strumenti presi in prestito

La “cassetta degli attrezzi” che il mondo farmaceutico usa oggi viene infatti da altri mondi. La Failure Mode and Effects Analysis (FMEA) nasce nel 1949 nelle forze armate statunitensi per i sistemi missilistici, Ford la adotta negli anni Settanta, l’automotive la standardizza nel decennio successivo. La Fault Tree Analysis (FTA) nasce ai Bell Telephone Laboratories nel 1961 e diventa requisito di certificazione in avionica.

Il settore farmaceutico li adotta formalmente nel 2005, con la prima versione di ICH Q9: cinquant’anni dopo la FMEA, quarant’anni dopo la FTA. L’adozione degli strumenti è stata peraltro selettiva. La HAZOP ha avuto scarsa diffusione se non per applicazioni particolari, mentre per i rischi biologici si è ricorsi all’HACCP – con risultati modesti, e probabilmente più perché era uno strumento già familiare a Food and Drug Administraion (FDA) dall’ambito alimentare che per reale aderenza al problema.

Il ritardo di per sé non sarebbe un problema: gli strumenti maturi si adottano quando servono. Il punto è cosa è successo nel frattempo nei settori che hanno iniziato a implementarli prima.

Chi ha fatto evolvere lo strumento

L’automotive non si è limitato a usare la FMEA: l’ha riscritta. Il manuale AIAG-VDA del 2019 ha sostituito il Risk Priority Number (RPN) con la Action Priority Table, per una ragione precisa. L’RPN, prodotto di gravità, occorrenza e rilevabilità, produce esiti controintuitivi: gravità nove con occorrenza e rilevabilità pari a uno dà un RPN di nove, valore che in una gestione per soglie non attiva alcuna azione benché l’effetto sia potenzialmente catastrofico. La Action Priority stabilisce che una gravità elevata non può essere compensata dagli altri due fattori.

Nel mondo farmaceutico l’RPN resta largamente in uso, spesso come unico criterio di priorità. Lo strumento è stato preso in prestito; la sua evoluzione è rimasta indietro.

L’avionica ha seguito un’altra strada: lì il risk assessment determina la certificazione. Le probabilità di guasto si esprimono in eventi per ora di volo, con soglie vincolanti secondo la severità della conseguenza, e l’evidenza dev’essere numerica e tracciabile fino all’affidabilità dei componenti.

L’elettronica di consumo, sotto la pressione di cicli brevissimi, esegue la Design FMEA in fase di concept, prima che esistano prototipi, e la usa per orientare le scelte progettuali. I dati di ritorno dal campo, quindi l’evidenza reale di problematiche e rischi, rientrano nella generazione successiva generando un ciclo virtuoso: il risk assessment concorre a definire il prodotto mentre lo si progetta e contribuisce al suo miglioramento continuo nel ciclo di vita del prodotto.

La differenza che conta

Il denominatore comune di questi esempi è il risultato che se ne ottiene, e deriva direttamente da dove lo strumento è collocato nel processo decisionale.
In quei settori il risk management opera anzitutto in progettazione: costruire prodotti e processi più robusti, scegliere fra alternative di design, stabilire dove le mitigazioni sono giustificate. Fornisce le informazioni su cui si prendono decisioni corrette, e le fornisce prima che le cose siano fatte.

Nel settore farmaceutico opera prevalentemente in verifica: serve a dimostrare che un processo esistente è sotto controllo, a giustificare una modifica già decisa, a corredare un change control. Fornisce documenti a valle di decisioni già prese altrove.

È la conseguenza di una storia maturata dentro un quadro regolatorio stringente, dove dimostrare conformità ha giustamente la precedenza. Ma una conseguenza storica non è un destino, e la differenza ha un costo: analisi che confermano quanto il team già sapeva, documenti impeccabili allegati a processi immutati.

Un risk assessment che non modifica alcuna scelta non ha prodotto valore; ha tendenzialmente  prodotto carta destinata a rimanere in un cassetto.

Cosa aggiungono i due nuovi documenti

ICH Q9(R1) ha fatto due cose importanti. In primis, ha nominato il problema della soggettività invece di lasciarlo implicito: ammettere che le stime dipendono da chi le formula è il presupposto per governarle. E ha distinto la misurazione del rischio dalla sua accettazione — atto tecnico che si compie sui dati la prima, decisione di governance la seconda. Nella pratica i due si confondono di continuo, spesso nella stessa riunione.

La Guida ISPE aggiunge a questi punti operatività e focalizza un legame che merita attenzione: riconosce l’Operational Excellence come co-abilitatore del QRM, collegandolo al repertorio Lean e Six Sigma. Il terreno era preparato, perché ICH richiama costantemente l’abbinamento fra strumenti di analisi e dati che vengono da statistica e disegno degli esperimenti – una delle basi del Quality by Design. La Guida rende quel collegamento sistematico: è il ponte verso l’uso industriale del risk management, dove gli strumenti sono gli stessi e cambia l’obiettivo.

Un segnale interessante arriva da un’altra scelta di ISPE: introdurre uno strumento per misurare la maturità del programma QRM. Una scala di maturità si costruisce quando esiste una distanza fra dove si è e dove si potrebbe essere. Che serva dice già qualcosa.

Due aree restano scoperte nell’uso quotidiano.
La prima riguarda il concetto di rischio beneficio, ovvero di come si stabilisce l’accettabilità di un rischio. Il concetto compare nella ISO 14971 e appartiene alla sfera della tolleranza al rischio, che le autorità lasciano deliberatamente alle aziende: nessun ente ha fissato una soglia di accettabilità. Un riferimento implicito esiste ed è il mercato — a parità di beneficio, il rischio accettato non dovrebbe superare quello dei prodotti già registrati. Tradurlo in criterio operativo resta però a carico di ciascuna organizzazione, e il ragionamento costo-beneficio che lo renderebbe applicabile richiede una quantificazione del danno atteso che le FMEA condotte con le modalità correnti difficilmente forniscono.
La seconda riguarda il caso in cui i dati non esistano. Tutti gli strumenti presuppongono di poter stimare una probabilità. Ma quando su un parametro non ci sono dati sperimentali – non pochi: nessuno – accade che qualcuno formuli una stima, che entra nel documento e diventa indistinguibile da un valore ricavato da anni di storico. L’incertezza sparisce dal foglio. Un parametro non caratterizzato è un rischio non misurato, condizione diversa da un rischio basso. Trattare l’assenza di conoscenza come stato dichiarato, con una regola esplicita su cosa può proseguire, resta un passaggio da compiere: non a caso l’ICH Q9(R1) parla apertamente di uncertainty.

Il punto di arrivo che non c’è

Il settore farmaceutico usa il risk management per uno scopo più ristretto di quanto lo strumento consenta.

Garantire la qualità del prodotto e la sicurezza del paziente è la ragione d’essere del sistema e non è negoziabile. Resta però il livello minimo: negli altri settori merceologici lo stesso apparato produce processi più robusti, sviluppi più rapidi, meno rilavorazioni, e quindi meno costi, e decisioni di investimento più informate. Benefici che il mondo farmaceutico oggi raccoglie solo in parte.

ICH Q9(R1) e la Guida ISPE hanno chiarito le fondamenta e messo a disposizione gli strumenti: un ottimo punto di partenza. Trattarli come punto di arrivo sarebbe un ottimo modo per sprecarli e il mondo farmaceutico non deve perdere questa grande opportunità di miglioramento.

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