Biofarmaci e COVID-19: un binomio ricorrente

L'industria dei biofarmaci è in fermento: oltre al successo dei vaccini finora approvati, molte novità sono attese nel settore degli antivirali, mentre qualche sorpresa potrebbe giungere dagli anticorpi monoclonali

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Dopo lo stop indotto dall’abbattimento della tempesta COVID-19, per la ricerca è arrivato il momento di riprendere da dove tutti i progetti attivi nei primi mesi del 2020 sono stati interrotti.

Con la fine dello scorso anno e l’inizio del 2021, molte delle sperimentazioni sospese sono state riavviate.

Vale la pena sottolineare che, a fronte di questi numerosi e stop (impattanti nel rallentare il raggiungimento di risultati per molte patologie), un incredibile numero di clinical trials, soprattutto su biofarmaci, è stato avviato proprio per rispondere alle esigenze di trattamento dell’infezione da SARS-CoV-2 (dati Evaluate).

Sono stati valutati biofarmaci già sperimentati per altre indicazioni (la pandemia ha attivato una vastissima operazione di repurposing). Ma anche sviluppati nuovi composti, fra cui, naturalmente, antivirali e anticorpi monoclonali.

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Biofarmaci: il futuro dei vaccini

Il rapido ottenimento di soluzioni efficaci e sicure sul fronte dell’immunizzazione (l’aspetto unanimemente ritenuto potenzialmente risolutivo della pandemia) ha galvanizzato l’attenzione attorno all’industria biofarmaceutica.

Questo comparto si aspetta per il 2021, secondo le stime, vendite di vaccini per cifre da capogiro. La sola Pfizer ha revenues attese per 15 miliardi di dollari.

Il futuro del vaccino AstraZeneca, duramente colpito dai recenti eventi sviluppatisi intorno alla presunta correlazione con i casi di trombosi dei seni venosi cerebrali, rimane invece molto più incerto.

In ogni caso, secondo alcune indiscrezioni, l’azienda avrebbe avviato studi per la valutazione di un nuovo regime di dosi.

Certo è che, per i vaccini attualmente ancora in sviluppo, sarà piuttosto arduo superare l’asticella posta da Pfizer/BioNTech e Moderna, che hanno espresso dati di efficacia superiori al 95%, anche al netto del vincolo della doppia somministrazione.

Merck e il suo antivirale

L’approvazione, a posteriori giudicata forse un po’ frettolosa, da parte dell’ente regolatorio statunitense FDA del remdesivir non è stata seguita dalle attese conferme.

Gilead è stata pertanto costretta a ridimensionare le aspettative per quanto riguarda i ricavi specifici provenienti da questo biofarmaco, da 8 a un miliardo di dollari.

Attualmente il progetto più interessante fra gli antivirali in sviluppo è quello di molnupiravir, che Merck sta testando e che ha dalla sua parecchi vantaggi.

Anzitutto, la possibilità di essere formulato per l’assunzione orale e assumibile anche a domicilio. Due aspetti non trascurabili, se è vero che gran parte dei problemi creati dalla diffusione del contagio è proprio rappresentata dalla congestione delle strutture sanitarie.

In secondo luogo, molnupiravir avrebbe anche un’efficacia preventiva nei confronti dell’acquisizione dell’infezione da SARS-CoV-2.

Infine, è possibile conservarlo a temperatura ambiente: questo elimina la criticità rappresentata dalla necessità di provvedere all’organizzazione della catena del freddo in sede di organizzazione logistica.

I primi dati pubblicati, diffusi in occasione dell’evento CROI (Conference on Retroviruses and Opportunistic Infections) di marzo, sembrano confermare che sarebbe sufficiente l’assunzione del composto per 5 giorni per eradicare il virus.

I risultati provvisori di fase II/III su molnupiravir sono attesi a breve.

Le altre sorprese in serbo

Anche per quanto riguarda un’altra categoria rilevante di biofarmaci, gli antivirali, sono dunque previste grandi novità.

Le buone (ci auguriamo) notizie potrebbero giungere da casa Merck o magari dalla stessa Pfizer, che sta valutando efficacia e sicurezza di PF-07304814 e che, in caso di successo, metterebbe a segno un micidiale en plein.

Sotto osservazione anche Roche, alle prese con la sperimentazione di AT-527 (composto per uso orale, a differenza di PF-07304814, che richiede un’infusione intravenosa) e Novartis, in sviluppo con due composti antivirali (MP0420 e MP0423), entrambi per somministrazione sottocutanea.

Per gli anticorpi non è detta l’ultima parola

Attualmente sono due gli anticorpi monoclonali approvati in US per il trattamento della COVID-19, casirivimab e imdevimab (Regeneron) e Bamlanivimab (Eli Lilly).

Dopo il sostanziale fallimento espresso nell’interferenza con l’infezione in uno stadio più avanzato, ora le speranze sono riposte in un’azione decisa nei pazienti in fase iniziale.

Per riportare in auge gli anticorpi monoclonali occorrerebbe, oltre a raggranellare qualche elemento in più sul versante efficacia, anche superare i loro grossi limiti.

Anzitutto i costi, non proprio modici. I trials effettuati finora ne hanno utilizzato dosi elevate, comprese tra 500 e 8.000 mg, che possono essere somministrate soltanto per via endovenosa. Un mix che rende l’utilizzo di questi biofarmaci molto costosi.

La ricerca sembra avere selezionato anticorpi estremamente potenti che possono essere utilizzati in dosaggi ridotti, un aspetto che li renderebbe molto più economicamente accessibili e adatti alla somministrazione tramite iniezioni intramuscolari.

In seconda battuta, sembra superato il rischio di potenziamento anticorpo-dipendente (ADE), che avviene quando un virus si lega agli anticorpi, che migliorano il suo ingresso nelle cellule ospiti e talvolta anche la sua replicazione.

Si tratta di un fenomeno che, anziché proteggere il corpo dal virus, aggrava l’infezione. L’ingegnerizzazione degli anticorpi monoclonali avrebbe permesso di bypassare questo rischio.