Farmaci anti Covid: il punto degli esperti dell’accademia dei Lincei

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I vaccini di Modena e Pfizer-BioNtech sono stati approvati dall’Unione Europea (vedi qui e qui) e la campagna vaccinale è in corso in tutti Paesi appartenenti all’UE con l’obiettivo di immunizzare il maggior numero di persone nel minor tempo possibile.

Un’arma importante contro la pandemia, quella dei vaccini, ma qual è la situazione per quanto riguarda la terapia di COVID-19, la malattia causata dal nuovo coronavirus Sars-CoV2 che ha finora ucciso più di 1.800.000 persone in tutto il mondo?

Quali farmaci si sono rivelati effettivamente efficaci nel contrastare le forme gravi di questa patologia? Gli esperti dell’accademia dei Lincei hanno fatto il punto della situazione e hanno divulgato un documento dopo aver passato in rassegna la letteratura e le evidenze scientifiche finora accertate. Ecco le loro conclusioni relative ai seguenti farmaci

Remdesivir

All’inizio dell’epidemia, remdesivir era considerato un farmaco che prometteva molto nel trattamento di COVID-19. Utilizzato originariamente contro il virus Ebola, questo medicinale aveva infatti dimostrato di essere efficace in vitro anche contro Sars-CoV-2. In seguito, però, lo studio Solidarity, supportato dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), aveva messo in dubbio la reale efficacia di Remdesivir sul piano clinico.

In effetti, i risultati del trial dimostravano che il medicinale non era stato in grado di ridurre il tasso di mortalità dei pazienti ricoverati in ospedale con forme gravi di COVID-19.

Un’ulteriore indagine scientifica sul farmaco, chiamata ACTT-2 e successiva a un primo studio randomizzato, ACTT-1, aveva però messo in evidenza che remdesivir, in associazione con baricitinib (medicamento antinfiammatorio inibitore della Janus chinasi), era stato in grado di ottenere risultati migliori, rispetto a remdesivir impiegato come monoterapia, nel ridurre i tempi di guarigione dalla malattia migliorando la situazione clinica dei malati di COVID-19.

Idrossiclorochina

Sempre considerando gli esordi della pandemia, gli esperti dell’accademia dei Lincei ricordano che la Food and Drug Administration degli Stati Uniti (FDA) aveva concesso l’autorizzazione all’uso di emergenza dell’idrossiclorochina (HCQ) e anche della clorochina (CQ), entrambi farmaci antimalarici, per la cura di pazienti ospedalizzati a causa di COVID-19 non arruolabili in studi clinici sui due farmaci. La decisione dell’ente regolatore statunitense si basava su considerazioni teoriche relative al meccanismo d’azione dei due medicamenti e probabilmente era stata condizionata anche da pressioni politiche. Ricerche successive hanno dimostrato che questi due prodotti sono inefficaci nella cura della malattia da coronavirus e sono anche tossici per il cuore. Le Linee Guida attuali dei National Institutes of Health (NIH), USA, raccomandano pertanto di non utilizzarli per la cura dei malati COVID.

Farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS)

Mentre all’inizio della pandemia si pensava che i FANS, ad esempio l’ibuprofene, non dovessero essere utilizzati perchè si riteneva che potessero addirittura aggravare la malattia, in seguito a un riesame dei dati a disposizione, sia l’OMS che l’Agenzia europea per i medicinali (EMA) hanno cambiato radicalmente opinione e hanno raccomandato l’utilizzo dei farmaci antinfiammatori non steroidei nei pazienti con dolori cronici preferendo l’uso di questa categoria di medicamenti a quello di farmaci contenenti oppiacei.

Farmaci anticoagulanti

Uno degli aspetti clinici più gravi di Covid-19 riguarda l’alterazione della coagulazione ematica e del sistema fibrinolitico. Oggi si ritiene fondamentale un approccio terapeutico ottimale basato sull’uso di anticoagulanti. L’eparina si è dimostrata un farmaco molto utile nel contrastare la formazione di trombi intravascolari, pericolosissimi per la vita del paziente.

È importante tuttavia stabilire quale sia il momento migliore e il dosaggio ideale per iniziare questo tipo di terapia. L’eparina ha anche un effetto antinfiammatorio che si manifesta con meccanismi diversi da quello dell’anticoagulazione. Se ne raccomanda pertanto l’uso nei tempi e con le modalità più opportune. Sono anche in corso ulteriori studi su altre sostanze antitrombotiche, come ad esempio l’acido acetilsalicilico (aspirina), utilizzato a basso dosaggio.

Corticosteroidi

Diverse sperimentazioni cliniche eseguite su campioni numericamente rilevanti di pazienti Covid hanno dimostrato che l’utilizzo dei corticosteroidi nel trattamento della malattia da nuovo coronavirus ha ridotto in modo statisticamente significativo il tasso di mortalità. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha di recente confermato l’efficacia dell’impiego del desametasone nella cura di pazienti COVID-19 che presentano importanti complicanze a livello polmonare.