Per la parità di genere serve cultura prima che regole

Vanno rafforzate la consapevolezza e il riconoscimento sociale del ruolo che le donne oggi giocano, anche e soprattutto da un punto di vista professionale

0
374
Per la parità di genere serve cultura prima che regole

A 26 anni dalla Dichiarazione di Pechino – la dichiarazione ONU per l’avanzamento delle donne nella società – a undici anni dalla nascita di UN Women l’agenzia dedicata all’uguaglianza di genere, e a sei anni dall’adozione degli obiettivi dello sviluppo sostenibile, fra cui c’è appunto l’uguaglianza di genere, la parità di genere in Europa ancora non è stata raggiunta.

Una vera parità di genere non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge: richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi

Ha parlato così, nel suo primo discorso in Parlamento, il presidente del Consiglio Mario Draghi, sottolineando quanto lavoro prima di tutto culturale debba ancora essere fatto per rispondere anche alle richieste dell’Europa. La parità di genere dovrà essere al centro dei piani nazionali di rilancio dell’economia, per il superamento della crisi innescata dalla pandemia di coronavirus.

Al momento, tuttavia, questa parità di condizioni semplicemente non esiste. «Il divario di genere nei tassi di occupazione in Italia – ha aggiunto Draghi – rimane tra i più alti di Europa: circa 18 punti su una media europea di 10. Dal dopoguerra a oggi, la situazione è notevolmente migliorata, ma questo incremento non è andato di pari passo con un altrettanto evidente miglioramento delle condizioni di carriera delle donne. L’Italia presenta oggi uno dei peggiori gap salariali tra generi in Europa, oltre una cronica scarsità di donne in posizioni manageriali di rilievo».

Il quadro europeo

Le donne guadagnano in media il 15% all’ora in meno degli uomini, con una grande variabilità che va dal 3% della Romania al 23% dell’Estonia (Eurostat 2018). Il dato italiano, riferito al 2017, è pari al 5% (percentuale di salario che le donne guadagnano in meno rispetto agli uomini, considerando posizioni e responsabilità simili). Tuttavia va considerato che alcuni valori bassi tendono a essere collegati a una minore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, e non a una minore disparità. Concorrono a questa differenza, ad esempio, la sovra-rappresentazione delle donne nei settori relativamente a basso salario come l’assistenza, le vendite o l’istruzione e la sotto-rappresentazione nei settori dove le retribuzioni sono più alte. Le donne occupano solo il 33% delle posizioni manageriali in Europa. Inoltre, il divario retributivo si allarga con l’età mentre è piuttosto basso quando le donne entrano nel mercato del lavoro.

Fotografia nazionale

In Italia negli ultimi anni sono stati fatti molti passi in avanti. Le lavoratrici sono aumentate, andando a ricoprire posizioni centrali nell’economia del Paese. Sono cresciute imprenditrici e professioniste, motore a loro volta di nuova occupazione. È aumentata complessivamente la partecipazione delle donne al lavoro. Questo è il segno di una volontà delle donne, soprattutto giovani, di contribuire in modo pieno alla vita economica e sociale, pur tra le mille difficoltà che questa incontra. Siamo però purtroppo ancora il Paese dove si registra il più alto tasso di abbandono del lavoro per esigenze di cura familiare. Secondo l’Istat non lavora per tale motivo il 13,3% delle donne italiane contro l’8,2% della media europea. Siamo anche, e forse non è un caso, il Paese in cui si registrano i livelli di natalità più bassi in Europa.

Il valore del lavoro femminile

Come emerso chiaramente proprio durante il lockdown della scorsa primavera, le donne costituiscono una componente fondamentale in tanti settori di interesse economico e sociale. A partire dalla scuola e dalla sanità, dove rappresentano rispettivamente il 75,5% e 69,8% della forza lavoro. Apportano poi all’occupazione italiana un contributo sempre più rilevante in termini di qualificazione e competenza.

Le donne sono infatti andate a ricoprire ruoli e funzioni sempre più elevate della piramide professionale. Se ogni 100 occupati, 42 sono donne, tra le professioni intellettuali la percentuale è arrivata al 54%. Peraltro, negli anni tale tendenza è andata ad accentuarsi e tra gli under 40 la presenza femminile risulta in crescita proprio nelle posizioni apicali. Anche in termini di conoscenza e competenza cresce il contributo delle donne all’innalzamento della qualità del lavoro. Su 100 occupati in possesso di laurea o titolo superiore, 55 sono donne; tra i giovani con meno di 35 anni la percentuale sale al 60%. Secondo uno studio elaborato dalla “Fondazione studi consulenti del lavoro”, sono più di due milioni (il 25,8% del totale) le dipendenti occupabili in modalità smart. Quelle dunque il cui lavoro non necessita, con riferimento al tipo di attività svolta e al contesto, di presenza in sede.

Da questo punto di vista, la crisi potrebbe rappresentare un’opportunità eccezionale. Potrebbe infatti portare le aziende a rivedere le proprie forme organizzative in modo da realizzare un contesto più flessibile ed empatico per le esigenze delle donne. Le scelte che le organizzazioni pubbliche o private prenderanno in questo momento saranno decisive per i prossimi anni.

L’industria del farmaco è attenta alla parità di genere

L’industria del farmaco presenta tuttavia dati incoraggianti. Nel 2019 gli occupati nelle imprese del farmaco hanno contato 66.500 addetti, 43% donne, significativamente più della media dell’industria manifatturiera (29%). La maggiore presenza femminile rispetto alla media si riscontra in tutte le categorie occupazionali del mondo farmaceutico ma è più evidente tra i dirigenti e quadri (rispettivamente 31% e 43% del totale nella farmaceutica, rispetto a 13% e 23% nella manifattura).

Oltre alle nuove forme di organizzazione del lavoro, il 65% delle imprese del farmaco adotta misure volte a tutelare le pari opportunità. In particolare, si tratta di misure a sostegno della genitorialità, quali la flessibilità oraria (71% contro il 49% della media manifatturiera) e il congedo per la nascita di un figlio oltre quanto previsto dalla legge (42% vs 26%).

Il 55,9% dei posti di lavoro persi per la crisi è al femminile

I dati divulgati a settembre 2020 dall’Istat sembrano confermare la paura diffusa fin dalle prime settimane dell’emergenza Covid-19. Paura cioè che, con la crisi, a rimetterci, sarebbero state soprattutto le donne. Il bilancio, ancora parziale, degli effetti prodotti dal Covid-19 sul mercato del lavoro ha visto, tra il secondo trimestre 2019 e lo stesso periodo del 2020, 470mila occupate in meno, per un calo nell’anno del 4,7%.

Su 100 posti di lavoro persi (in tutto 841mila), quelli femminili rappresentano il 55,9%. L’occupazione maschile ha viceversa dato prova di maggior tenuta registrando un decremento del 2,7% (371mila occupati). La maggiore contrazione di lavoro femminile si registra nell’occupazione a termine (-327mila lavoratrici per un calo del 22,7%), nel lavoro autonomo (- 5,1%.), nelle forme in part-time (-7,4%) e nel settore dei servizi, soprattutto ricettivi e ristorativi (qui le donne rappresentano il 50,6% del totale) e di assistenza domestica (le donne sono l’88,1%). È quanto emerge dal focus “Ripartire dalla risorsa donna” della Fondazione studi consulenti del lavoro.

Bloomberg Gender-Equality Index

Il Bloomberg Gender-Equality Index (GEI) è un report che riconosce le aziende leader a livello globale in termini di trasparenza sulle questioni di genere e di promozione della parità e della diversità. L’Index GEI 2021 ha incluso 380 aziende di 11 settori in 44 Paesi, dopo aver monitorato e valutato cinque pilastri dell’uguaglianza di genere:

  • leadership femminile e talento
  • parità di retribuzione
  • cultura inclusiva
  • politiche contro le molestie sessuali
  • sostegno istituzionale alle donne (pro-women brand).

Nell’edizione 2021 le aziende legate al mondo della salute incluse nel Bloomberg GEI sono state 30, quattro in più del 2020. Il settore più rappresentato è stato quello finanziario.

Bloomberg GEI offre a manager e investitori importanti informazioni per confrontare l’azione per la parità di genere delle più grandi aziende del mondo. Un “barometro” unico, che rende trasparenti le pratiche e le politiche correlate al genere delle aziende quotate, arricchendo i dati disponibili in materia ambientale, sociale e di governance. L’auspicio è quello di vedere sempre più aziende del settore farmaceutico in questa classifica d’eccellenza.

Articoli correlati:

La disuguaglianza non è donna

Donne, stereotipi e medicina