Quando il processo cambia più velocemente dell’impianto

Processi sempre più dinamici e requisiti di contenimento in evoluzione mettono alla prova un modello progettuale nato per configurazioni relativamente stabili. La capacità dell’impianto di adattarsi dipende anche dall’ordine con cui vengono assunte le decisioni progettuali.

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L’articolo pubblicato su MakingPharma&Future ha descritto come l’evoluzione delle New Chemical Entities (NCE), l’aumento dei requisiti di contenimento e la crescente pressione sul Time to Market stiano modificando il ruolo degli impianti pilota. Il passaggio successivo riguarda il modello progettuale: processi sempre più dinamici e continue attività di sviluppo richiedono oggi un livello di adattabilità difficilmente prevedibile quando molti degli impianti attualmente operativi sono stati progettati.

Questo non significa che gli impianti tradizionali siano stati concepiti in modo errato. Al contrario, essi rappresentano la risposta ingegneristica a un contesto caratterizzato da processi relativamente stabili, campagne produttive di lunga durata e limitate esigenze di riconfigurazione.

Il problema nasce quando un modello progettuale sviluppato per un contesto stabile viene applicato a uno scenario nel quale il processo evolve continuamente.

Gli impianti erano stati progettati per un contesto diverso

Per molti anni la progettazione degli impianti pilota è stata guidata da un obiettivo preciso: realizzare strutture affidabili e ottimizzate per uno specifico processo produttivo.

La sequenza delle operazioni unitarie, il layout, le utilities, i sistemi di contenimento e l’automazione venivano definiti sulla base di un processo destinato a rimanere sostanzialmente invariato per gran parte della vita utile dell’impianto.

Questo approccio ha consentito di raggiungere elevati livelli di efficienza operativa, affidabilità e conformità regolatoria, rispondendo efficacemente alle esigenze dell’industria farmaceutica dell’epoca.

Oggi, invece, uno stesso impianto può essere chiamato a gestire, nell’arco di pochi mesi, NCE caratterizzate da differenti proprietà chimico-fisiche, requisiti di contenimento e sequenze operative. Il contesto industriale è cambiato, mentre il modello progettuale è rimasto sostanzialmente invariato.

Quando la rigidità diventa un limite

Ogni modifica significativa del processo produttivo comporta inevitabilmente interventi sull’impianto.

L’introduzione di una nuova apparecchiatura, la modifica della sequenza delle operazioni unitarie o l’adeguamento dei sistemi di contenimento possono richiedere interventi sul layout, sulle utilities, sull’automazione e sulla documentazione di qualifica.

In un contesto caratterizzato da continue attività di sviluppo, questi interventi non rappresentano più eventi eccezionali, ma condizioni ricorrenti.

La rigidità dell’architettura impiantistica si traduce così in tempi di fermo, aumento dei costi di modifica, nuove attività di qualifica e maggiore complessità nella gestione del ciclo di vita dell’impianto.

Il limite non risiede nelle prestazioni delle singole apparecchiature, ma nella capacità dell’intero sistema di adattarsi rapidamente al cambiamento.

Il contenimento non può più essere aggiunto

L’aumento delle NCE ad elevata attività farmacologica ha modificato anche il ruolo del contenimento.

Nei modelli progettuali tradizionali, i sistemi di contenimento vengono spesso sviluppati quando il layout e l’organizzazione degli spazi sono già stati definiti. Questo approccio può risultare adeguato quando il processo è consolidato e i requisiti di contenimento sono ben conosciuti.

Durante lo sviluppo di una NCE, invece, il profilo tossicologico evolve progressivamente e i requisiti di contenimento possono cambiare con l’avanzare delle conoscenze disponibili.

Di conseguenza, contenimento, processo, layout, edificio e utilities non possono più essere affrontati come discipline indipendenti, ma devono essere sviluppati in modo integrato fin dalle prime fasi della progettazione.

Il processo evolve più rapidamente dell’impianto

Lo sviluppo di una NCE è un percorso dinamico, caratterizzato da continue attività di ottimizzazione.

Durante le diverse fasi di sviluppo possono essere introdotte nuove operazioni unitarie, eliminate fasi non più necessarie o adottate tecnologie differenti sulla base dei risultati sperimentali.

L’impianto, al contrario, viene tradizionalmente progettato come una configurazione relativamente stabile, destinata a mantenere invariata la propria architettura per molti anni.

Si crea così un progressivo disallineamento tra la velocità con cui evolve il processo e la capacità dell’impianto di seguirne l’evoluzione.

Più aumenta la frequenza delle modifiche, maggiore diventa il divario tra le esigenze dello sviluppo farmaceutico e le caratteristiche dell’infrastruttura produttiva.

La flessibilità da sola non basta

Nel settore farmaceutico il termine flessibilità viene frequentemente utilizzato per descrivere impianti in grado di produrre molecole differenti.

Tuttavia, la possibilità di gestire prodotti diversi non implica necessariamente la capacità di adattare rapidamente l’architettura dell’impianto a processi in continua evoluzione.

La vera sfida non consiste nel rendere più flessibili le apparecchiature, ma nel progettare infrastrutture capaci di evolvere insieme al processo produttivo, integrando nuove tecnologie, differenti strategie di contenimento e future esigenze operative senza richiedere interventi strutturali estesi.

Il cambiamento richiesto non riguarda quindi le singole tecnologie, ma il modello progettuale sul quale l’impianto viene concepito. Solo adottando un approccio orientato all’evoluzione del processo sarà possibile rispondere efficacemente alle esigenze delle future NCE.

L’evoluzione delle NCE ha evidenziato un limite che va oltre le prestazioni delle singole tecnologie o delle apparecchiature impiegate negli impianti pilota GMP. La vera criticità riguarda il modo in cui il progetto viene sviluppato e, soprattutto, l’ordine con cui vengono assunte le principali decisioni progettuali.

Per molti anni questo approccio ha rappresentato una risposta efficace alle esigenze dell’industria farmaceutica. Oggi, tuttavia, la crescente dinamicità dei processi rende necessario ripensare non soltanto le soluzioni tecniche, ma anche la metodologia di progettazione sulla quale esse vengono costruite.

La capacità di un impianto di adattarsi ai cambiamenti futuri dipende infatti dalle decisioni prese nelle primissime fasi del progetto.

L’ordine della progettazione deve essere ripensato

La progettazione degli impianti farmaceutici segue tradizionalmente una sequenza consolidata. Il progetto prende avvio dalla definizione dell’edificio, prosegue con lo sviluppo del layout generale e solo successivamente vengono sviluppati il processo produttivo, i sistemi di contenimento, le utilities, l’automazione e le attività di qualifica.

Questo approccio ha garantito per molti anni risultati affidabili, soprattutto quando il processo produttivo era già consolidato e destinato a rimanere sostanzialmente invariato durante la vita utile dell’impianto.

Lo sviluppo delle NCE modifica però questo scenario. Durante le fasi di ricerca e sviluppo il processo evolve continuamente e può richiedere nuove operazioni unitarie, differenti tecnologie o requisiti di contenimento che non erano prevedibili nelle fasi iniziali del progetto.

Quando edificio e layout vengono definiti prima che il processo abbia raggiunto un adeguato livello di maturità, ogni successiva evoluzione tende inevitabilmente a propagarsi all’intera infrastruttura. Gli spazi disponibili, i percorsi logistici, le utilities e le installazioni impiantistiche diventano così vincoli che limitano la capacità dell’impianto di adattarsi al cambiamento.

Il problema non risiede quindi nella qualità della progettazione, ma nella sequenza con cui vengono assunte le decisioni progettuali.

Il processo deve guidare le decisioni progettuali

Negli impianti destinati allo sviluppo delle NCE, il processo rappresenta l’elemento caratterizzato dal più elevato grado di incertezza e dalla maggiore probabilità di evoluzione.

Per questo motivo non può essere considerato un semplice dato di ingresso da adattare a un’infrastruttura già definita. Al contrario, deve costituire il riferimento sul quale costruire progressivamente tutte le altre discipline progettuali.

Edificio, layout, contenimento, utilities e automazione devono essere sviluppati come conseguenza delle esigenze del processo e non come vincoli ai quali il processo stesso è costretto ad adattarsi.

Solo invertendo questa logica è possibile preservare nel tempo la capacità evolutiva dell’impianto.

Il contenimento deve nascere insieme al processo

Durante lo sviluppo di una NCE, il profilo tossicologico evolve progressivamente e, con esso, possono modificarsi anche i requisiti di contenimento.

Considerare il contenimento come una disciplina separata, sviluppata successivamente alla definizione del layout o dell’edificio, aumenta il rischio che le future modifiche coinvolgano un numero crescente di sistemi impiantistici.

Un modello progettuale orientato all’evoluzione deve invece considerare contenimento e processo come elementi strettamente interdipendenti, da sviluppare simultaneamente fin dalle prime fasi del progetto.

In questo modo, anche le scelte relative agli spazi, ai flussi, alle utilities e ai sistemi ausiliari possono evolvere mantenendo la coerenza dell’architettura complessiva.

L’architettura deve essere progettata per evolvere

Tradizionalmente un impianto viene progettato per raggiungere la configurazione ritenuta ottimale al momento della sua realizzazione.

Negli impianti pilota GMP questo approccio mostra progressivamente i propri limiti. L’introduzione di nuove operazioni unitarie, l’adozione di tecnologie differenti, l’evoluzione dei sistemi di automazione o l’aggiornamento dei requisiti regolatori non rappresentano eventi eccezionali, ma condizioni fisiologiche dello sviluppo farmaceutico.

L’architettura dell’impianto deve quindi essere concepita affinché queste evoluzioni possano essere gestite senza compromettere la struttura generale del sistema e senza richiedere interventi estesi sull’infrastruttura.

L’obiettivo non è eliminare il cambiamento, ma renderlo parte integrante della progettazione.

Verso un nuovo modello progettuale

L’evoluzione delle NCE rende evidente che la capacità di un impianto di adattarsi nel tempo non dipende esclusivamente dalle tecnologie installate, ma dai criteri con cui l’intero progetto è stato concepito.

La progettazione degli impianti pilota GMP richiede quindi un approccio nel quale il processo guidi le decisioni progettuali, il contenimento venga sviluppato in modo integrato e l’architettura sia progettata per evolvere insieme alle esigenze produttive.

Su questi presupposti è possibile costruire un nuovo modello progettuale, capace di trasformare l’evoluzione del processo da vincolo operativo a principio fondante dell’architettura impiantistica.

 

LA SERIE

Questo articolo prosegue il percorso avviato su MakingPharma&Future con “Impianti pilota per la nuova era delle New Chemical Entities”, dedicato alle nuove esigenze poste dallo sviluppo delle NCE e alla necessità di ripensare l’architettura degli impianti pilota. I successivi approfondimenti sviluppano l’Isolator Atoll Concept, analizzandone i principi metodologici e la traduzione operativa nella progettazione di impianti GMP modulari e riconfigurabili.

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