Innovazione accelera, ma la macchina dell’R&D perde efficienza

L’innovazione biofarmaceutica continua a generare nuove molecole e tecnologie promettenti, ma cresce la complessità che rallenta lo sviluppo. Il nuovo report IQVIA mostra una tensione sempre più evidente tra capacità scientifica e produttività industriale, in un contesto in cui tempi, costi e geografia della ricerca stanno cambiando.

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Per anni la narrativa sull’innovazione farmaceutica si è costruita attorno a una convinzione relativamente semplice: più investimenti in ricerca, più nuove terapie, più progresso. Un’equazione che, pur con tutte le sue imperfezioni, ha a lungo retto. Oggi, tuttavia, quella relazione appare meno lineare.

Il nuovo Global R&D Trends 2026 dell’IQVIA Institute suggerisce infatti un quadro più complesso. Da un lato, il sistema continua a produrre innovazione: le novel active substances restano su livelli elevati, i first-in-class mantengono un peso rilevante, l’attività di licensing e partnership non mostra segnali di contrazione strutturale. Dall’altro, emergono indicatori che raccontano una crescente difficoltà nel trasformare questa capacità scientifica in sviluppo efficiente.

È qui che il report diventa interessante, perché mostra come il problema si stia spostando altrove: nel funzionamento del sistema che l’innovazione deve renderla concreta.

Più innovazione non significa sviluppo più rapido

Uno dei segnali più rilevanti riguarda i tempi.

Secondo il report, aumentano gli intervalli tra studi clinici e si attenuano alcuni miglioramenti di produttività osservati negli anni precedenti. È un dato che può apparire tecnico, ma che ha implicazioni profonde. Perché quando i tempi si allungano, non cresce solo la durata dello sviluppo. Crescono l’esposizione al rischio, il costo del capitale, l’incertezza regolatoria e la pressione sui ritorni attesi.

In altri termini, l’innovazione non si misura solo da quanti candidati entrano in pipeline, ma dalla capacità del sistema di portarli a destinazione.

Ed è su questo terreno che emergono le frizioni.

La crescente complessità dei protocolli, le difficoltà di arruolamento, la stratificazione biologica in aree come l’oncologia, l’aumento dei dati da gestire e il peso crescente dei requisiti operativi stanno rendendo lo sviluppo più sofisticato, ma non necessariamente più fluido.

Il paradosso è che alcuni degli stessi progressi scientifici che rendono possibili terapie più mirate possono contribuire ad aumentare la complessità che rallenta il sistema.

Il problema non è la scienza, ma la sua traduzione industriale

Questo è forse il punto più interessante che emerge in controluce.

La questione non sembra riguardare una minore capacità di generare innovazione. Riguarda piuttosto la crescente difficoltà di trasformare innovazione scientifica in sviluppo industriale efficiente.

È una distinzione importante perché sposta il tema dall’ambito strettamente scientifico a quello organizzativo e industriale. Non basta avere pipeline forti, se il modello operativo fatica a sostenere la complessità che quelle pipeline generano.

Anche l’intelligenza artificiale entra in questo spazio

In questo quadro si capisce meglio anche il ruolo attribuito all’intelligenza artificiale.

Non come elemento decorativo dell’innovazione o come semplice promessa tecnologica, ma come possibile leva per intervenire su inefficienze concrete.

Se l’AI compare sempre più spesso in aree come target discovery, protocol design, patient matching o ottimizzazione dello sviluppo, è anche perché il problema che cerca di affrontare non è astratto. È operativo:

  • Ridurre attriti.
  • Accelerare decisioni.
  • Gestire complessità.
  • Recuperare produttività.

In questa chiave, l’AI non appare come sostituto della ricerca, ma come tentativo di rendere più sostenibile il sistema che la sostiene.

Ed è una differenza non banale.

Un tema che va oltre la R&D

Ridurre questo dibattito a una questione che riguarda solo i laboratori sarebbe un errore.

Perché se il nodo è sistemico, l’impatto riguarda tutta la filiera.

  • Sponsor.
  • CRO.
  • Technology provider.
  • Regolatori.
  • Supply chain.
  • Modelli di partnership.

Perfino la geografia globale dei trial, che il report mostra in trasformazione, può essere letta dentro questa stessa dinamica: la ricerca si concentra dove il sistema riesce a funzionare con maggiore efficienza. E questo introduce una dimensione industriale e geopolitica che va ben oltre la pipeline.

La domanda che il report lascia aperta

Il punto, in fondo, non è se l’innovazione continui a produrre breakthrough. La domanda è se il sistema che li genera sia ancora progettato per sostenerne la crescente complessità.

Ed è una domanda che, probabilmente, definirà una parte importante del prossimo ciclo dell’industria biofarmaceutica.

Perché la sfida potrebbe non essere innovare di più. Ma innovare con un’architettura diversa.