E-Health. Innovazioni hi-tech in ambito assistenziale

Dalle terapie digitali all’intelligenza artificiale, dalla realtà virtuale ai serious game, ecco le principali innovazioni hi-tech che offrono trattamenti e soluzioni all’avanguardia ai pazienti

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E-health. Le innovazioni hi-tech in ambito assistenziale

In una conferenza tenuta a Roma nel gennaio del 2020, pochi giorni prima che tutto fosse paralizzato dalla pandemia, Kathrin Cresswell, ricercatrice a capo dell’unità Innovation dell’Università di Edimburgo, incaricata dal governo scozzese di studiare l’evoluzione dell’informatica applicata alla salute, aveva messo in chiaro: «Nulla dovrebbe essere basato esclusivamente sulla tecnologia. Gli sviluppi tecnologici dovrebbero sempre essere guidati dai bisogni». Anche, e forse soprattutto, da quelli dei pazienti. Proprio in quest’ottica, ecco una carrellata delle principali innovazioni hi-tech in ambito assistenziale degli ultimi anni.

Innovazioni hi-tech in ambito assistenziale: le terapie digitali

Ultimo approdo della scienza medica, le terapie digitali sono trattamenti basati su algoritmi e software fruibili tramite app.

Si tratta di applicazioni tecnologiche che erogano varie terapie, tra cui la cognitivo-comportamentale, il colloquio motivazionale, la psicoeducazione o altri interventi, mirati a trattare varie patologie

Gualberto Gussoni, direttore scientifico del Centro studi della Federazione delle associazioni dei dirigenti ospedalieri internisti (Fadoi) di Milano

La lista dei disturbi trattati con terapie digitali è lunga. Tra queste si annoverano insonnia, ansia, asma, depressione, dipendenza da droghe o da nicotina, deficit di attenzione e iperattività, autismo, schizofrenia, disturbi dell’alimentazione, obesità, ipertensione, broncopneumopatia cronica ostruttiva, diabete di tipo 2, e perfino le reazioni avverse derivanti dalla chemioterapia o da altri farmaci antitumorali. È importante sottolineare che tali terapie nulla hanno a che vedere con le tantissime app che si possono trovare in rete. Utilizzabili da sole oppure in aggiunta a un farmaco, sono assimilabili in tutto e per tutto ai medicinali. Al pari di questi ultimi, infatti, devono, essere sottoposte a una rigorosa sperimentazione scientifica mirata a dimostrarne sicurezza ed efficacia. Devono inoltre essere prescritte dal medico.

«Le tecnologie impiegate devono essere di volta in volta le più idonee a raggiungere gli obiettivi prefissati, tenendo conto sia delle caratteristiche del paziente (per esempio, se è un bambino o un anziano, un uomo o una donna), sia dell’indicazione della terapia stessa», precisa Giuseppe Recchia, co-fondatore e amministratore delegato di DaVinci Digital Therapeutics e vice-presidente della Fondazione Smith Kline. Importante è anche la presenza, come una sorta di eccipienti, degli strumenti giusti affinché i pazienti siano incentivati a iniziare e soprattutto a proseguire la terapia. Si può puntare, per esempio, su assistenti virtuali, promemoria, giochi (con punti, livelli, premi). Ma anche su collegamenti con il medico o con altri pazienti affetti dalla medesima patologia.

Terapie digitali: qualche esempio

Deprexis

Una delle prime innovazioni hi-tech in ambito assistenziale nel mondo è stata Deprexis, che ha fatto capolino una decina di anni fa. Progettata da un team di psichiatri e psicologi e realizzata dall’azienda Gaia Healthcare, è stata sviluppata, come suggerisce il nome stesso, per contrastare la depressione. Il programma, su misura per ciascun paziente, è composto da 11 moduli. Ciascuno di essi insegna, per esempio, ad affrontare i pensieri negativi o le situazioni che causano disagio. Il trattamento andrebbe effettuato un paio di volte alla settimana per tre mesi. È già stato testato in 14 studi, dimostrando di avere effetti simili a quelli dei farmaci antidepressivi. A questi ultimi può essere anche associato nei casi più gravi. In particolare, alcune ricerche hanno evidenziato che il suo impiego è in grado di diminuire tristezza e indecisione e di migliorare nel contempo autostima e qualità della vita.

Reset e Reset-O

Più di recente, nel 2017, l’azienda Pear Therapeutics ha sviluppato Reset per arginare le dipendenze da droghe, alcol, nicotina. Il dispositivo è composto da una app per il paziente e da un cruscotto per il medico. Eroga una terapia cognitivo-comportamentale suddivisa in 61 moduli, con lezioni, esercizi, quiz. Il trattamento deve comunque essere supportato da un programma terapeutico nello studio del medico e che ha una durata di tre mesi. Ha già dimostrato la propria efficacia in una sperimentazione condotta su 507 pazienti in dieci centri specialistici statunitensi. L’anno successivo è stata creata anche la terapia «cugina», Reset-O, per trattare la dipendenza da oppiacei.

Oleena

Nel 2019 è stata la volta di Oleena, progettata dall’azienda Voluntis per aiutare i malati di tumore nella gestione dei sintomi derivanti dalla patologia o dai trattamenti. L’app consente nel contempo il monitoraggio remoto da parte del team assistenziale.

BlueStar

Dall’oncologia al diabete con BlueStar, l’app prodotta sempre nel 2019 da Welldoc. Ha lo scopo di tenere sotto controllo glicemia, attività fisica, alimentazione, pressione, peso, sia manualmente che tramite bluetooth. Gli studi effettuati sul dispositivo hanno evidenziato che è in grado di abbassare l’emoglobina glicata di due punti percentuali. Un risultato molto positivo, che spesso non si riesce a ottenere neppure con i farmaci.

Somryst

Nel 2020 negli Stati Uniti è stato approvato anche Somryst, un dispositivo contro l’insonnia utilizzabile dai 22 anni d’età, che eroga trattamenti su misura. Il prodotto è stato testato in due studi. Uno, pubblicato su Jama Psichiatry, è stato condotto su 303 pazienti che hanno ottenuto un miglioramento del tempo di addormentamento e del numero di risvegli notturni. Il risultato si è mantenuto in questo caso anche a distanza di sei mesi e un anno. L’altro, comparso sulle pagine di Lancet Psychiatry, ha coinvolto 1.149 pazienti con insonnia associata a depressione. Questi ultimi hanno riscontrato benefici che si sono protratti per oltre dodici mesi.

Endeavor

Nel medesimo anno ha ricevuto il via libera anche Endeavor, una terapia digitale per i bambini di età compresa tra gli 8 e i 12 anni affetti da deficit di attenzione con iperattività. La tecnologia consente l’attivazione di specifici gruppi di neuroni e può offrire un trattamento personalizzato. L’efficacia del metodo è stata dimostrata da uno studio condotto su 348 piccoli pazienti e pubblicato su Lancet Digital Health.

Altre app in arrivo

Se queste sono le principali terapie digitali già in uso, altre sono in fase di sviluppo. Tra queste si annoverano Hypertension per l’ipertensione, Smoking Cessation per la disassuefazione dal fumo e altre, per esempio per il trattamento dell’autismo e della schizofrenia. A oggi questo tipo di terapie è diffuso soprattutto negli Stati Uniti e in parte in alcuni Paesi europei, come Germania, Francia, Gran Bretagna. L’Italia sta muovendo ora i primi passi. Istituzioni, università, imprese stanno cooperando per fare approdare questi trattamenti anche nel nostro Paese e per sviluppare la ricerca in tale ambito.

Intelligenza artificiale

Oltre che nei settori dell’imaging e della chirurgia, l’intelligenza artificiale trova una delle sue più importanti applicazioni nei robot per l’assistenza sanitaria. Secondo Global market insights, questo mercato valeva 359,1 milioni di dollari (circa 300 milioni di euro) nel 2017, con una prospettiva di crescita del 19,3% dal 2018 al 2024.

Qualche esempio? Nel 2017 Catalia Health, in collaborazione con Pfizer, ha realizzato Mabu, un robot creato per favorire l’aderenza terapeutica del paziente. Non un semplice promemoria, ma un sistema che utilizza appositi algoritmi per dialogare con l’assistito, sfruttando il potenziale dell’interazione faccia a faccia e rispondendo anche a eventuali domande o dubbi sul trattamento. Per supportare chi ha problemi di udito, il robottino è stato integrato con un ampio touch screen su cui è possibile visualizzare le parole che vengono pronunciate a voce. Inizialmente utilizzato per le persone con malattie renali, artrite reumatoide e insufficienza cardiaca, ora il dispositivo può essere impiegato anche in altre patologie.

I ricercatori del Boston Children’s Hospital e della Northeastern University, invece, hanno unito le forze per creare Huggable, un orsacchiotto robotico per migliorare la qualità dell’assistenza nei reparti ospedalieri di pediatria. Uno studio pubblicato su Pediatrics ha dimostrato che i bambini che utilizzavano il dispositivo per filastrocche, canzoni e giochi provavano meno paura e dolore.

Vari anche i robot progettati per assistere gli anziani in ospedale, nelle residenze sanitarie e a domicilio. Tra questi, si annoverano My Spoon e Obi, in grado di supportare la nutrizione in chi ha problemi di mobilità. O ancora Temi, capace di offrire una guida nell’esecuzione dei movimenti.

Tra robot e studi sui robot

Significativo è lo studio internazionale Caresses (Culture-aware robots and environmental sensor systems for elderly support), attualmente in corso, mirato a valutare l’impatto sugli anziani che vivono in una casa di riposo dell’impiego del robot Pepper, prodotto da SoftBank Robotic e capace di riconoscere i volti e le emozioni. Alcuni esperti sostengono la necessità di introdurre, per la valutazione delle soluzioni robotiche, il metodo dell’Health technology assessment (Hta). In proposito, uno dei contesti più virtuosi è la Finlandia. Lì è stato sviluppato e testato il Digi-Hta, un protocollo specifico per l’analisi dell’intelligenza artificiale e dei robot.

Realtà virtuale

Tra le innovazioni hi-tech in ambito assistenziale, sempre più utilizzata in ambito sanitario è anche la realtà virtuale. Dà infatti la possibilità di simulare tramite la tecnologia situazioni quotidiane con le quali il paziente può interagire grazie ad apposite interfacce, come occhiali o caschi. Strumenti simili vengono impiegati soprattutto nella terapia del disturbo da stress post-traumatico. Ma possono essere utilizzati anche per il trattamento di depressione, ansia, fobie, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbi alimentari. Attualmente è in corso una sperimentazione chiamata Game Change, guidata dagli esperti dell’Università di Oxford, che ha coinvolto 432 pazienti con schizofrenia che hanno difficoltà a uscire di casa. Attraverso vari scenari, come andare al pub, prendere un autobus, sostare nella sala d’attesa del medico, i partecipanti allo studio potranno mettersi alla prova, imparando a pensare e agire in modo più funzionale.

Serious game

Chi pensa che i serious game siano solo giochi o poco più commette un errore. Si tratta, infatti, di attività ludiche ad hoc il cui obiettivo è incrementare l’attenzione nei confronti della prevenzione e di alcune patologie. In quanto tali, sono alcune tra le più interessanti innovazioni hi-tech in ambito assistenziale.

Un esempio è Digest Inn, un gioco ideato per supportare le persone sovrappeso o obese nella perdita dei chili di troppo. In questo caso, gli utenti sono invitati a mantenere in buono stato un hotel, che rappresenta il proprio organismo. Simile è Land of secret gardens, un gioco rivolto a ragazzi di 11-12 anni, mirato a incentivare la vaccinazione contro l’Herpes papilloma virus (Hpv) per prevenire le infezioni dell’apparato genitale. In tal caso, l’organismo è paragonato, come suggerisce il nome, a un giardino segreto di cui avere cura.

Sono in fase di sperimentazione anche altri giochi, focalizzati, per esempio, sulla prevenzione del virus Hiv e sulla riduzione del dolore cronico percepito.

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