Digital transformation? Cultural re-evolution!

Siamo certi che le aziende, le autorità, i legislatori, i manager, gli imprenditori abbiano davvero chiaro che cosa significhi trasformazione digitale?

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Digital transformation

Secondo il World Economic Forum il valore della digital transformation nell’evoluzione della società e dell’industria supererà i 100 trilioni di dollari nel 2025.

A oggi però tanti progetti non hanno dato i risultati sperati, non hanno portato il ritorno sull’investimento atteso. In questi casi di insuccesso forse sono mancate solide basi per costruire un percorso di trasformazione e ammodernamento delle proprie componenti tecnologiche. Ma quando si parla di digital transformation non si tratta solo di cambiamenti di componenti informatiche. Forse, allora, nei casi di insuccesso è mancata la predisposizione culturale, un nuovo approccio e modo di porsi necessario, che solo un lungo periodo di cultural re-evolution può costruire.

Rivoluzione culturale

Le tecnologie dai big data, il cloud computing, l’ IoT, l’intelligenza artificiale, il machine learning, la blockchain stanno aiutando le organizzazioni a sviluppare nuovi modelli di business e a cambiare in modo radicale il modo usuale di gestire le operation.

Un vero e proprio progetto di trasformazione digitale coinvolge, essenzialmente, la revisione dei modelli e dei processi di business, piuttosto che armeggiare sul miglioramento dei metodi tradizionali.

La digitalizzazione non è, come troppo spesso si ritiene, solo l’implementazione o l’integrazione di più sistemi e servizi tecnologici. La trasformazione digitale deve innovare e creare qualcosa di nuovo: potrebbe essere un miglioramento dell’esperienza del paziente-cliente, uno snellimento della supply chain, un nuovo modo di condividere informazioni, di raccogliere dati, sviluppare e offrire nuovi prodotti.

Certamente la maggior parte delle aziende nazionali medio-grandi è già almeno parzialmente digitale. Altrettanto certamente, la pandemia ha spinto verso la trasformazione digitale e ha determinato un’accelerazione digitale che però non sempre è stata un impulso favorevole alla crescita.

Avere un proprio ecosistema esistente di proprietà digitali, piattaforme mobili, app, webapp, ERP, MES, WMS, TMS e simili attualmente in uso, non certifica che un percorso di trasformazione digitale e di ripensamento del business model sia stato portato a compimento, e neanche avviato.

Anzi, spesso non tutti i sistemi digitali e tecnologici che si utilizzano favoriscono o sono in linea con un percorso di digital transformation. Non è l’adozione o l’utilizzo di un nuovo software a rendere digitali e innovativi. La verità è che la trasformazione digitale è un percorso perfettibile e non si riuscirà mai a essere pienamente digitali, completando il percorso o l’esercizio di digitalizzazione.

Sotto la media

Proprio considerando l’etimologia della parola trasformazione, possiamo affermare che la vera essenza della digital transformation è l’abitudine a cambiare e a evolvere, utilizzando la tecnologia per portare un’innovazione che crea valore.

Le aziende italiane, in particolare le Pmi – potremmo definirle “tradizionali” – sono eccellenze che avrebbero però bisogno di più apertura mentale e imprenditorialità 4.0, quasi a dire che avrebbero bisogno di una mentalità da startup, innovativa ovviamente. Le nuove dinamiche di mercato, globali ma anche nazionali, alimentano l’esigenza di nuovi modelli di innovazione efficaci e sostenibili che spesso e volentieri richiedono un certo distacco dall’organizzazione tradizionale.

Secondo il Digital Economy and Society Index (DESI), l’indice ideato dalla Commissione europea per monitorare i progressi in termini di innovazione e digitalizzazione delle imprese, il livello delle Pmi Italiane è ben al di sotto della media europea. Si registrano notevoli ritardi in termini di infrastrutture tecnologiche, architetture digitali, presenza online e analisi dei big data.

Proprio l’emergenza legata al Covid-19 ha mostrato quanto il digitale rappresenti uno strumento fondamentale per non perdere occasioni di business, essere competitivi e, di conseguenza, garantire continuità. Per una trasformazione digitale non è però sufficiente far lavorare le risorse da remoto, in quello che da molte aziende è inteso come “smart working” ma è in realtà “home working”. Il tema dell’innovazione è molto più ampio e complesso, sono indispensabili un approccio strategico, una visione di lungo periodo e l’implementazione di nuovi modelli di business.

Il processo di trasformazione digitale è quindi sicuramente abilitato dallo sviluppo di nuove tecnologie ma non si limita alla loro adozione. Integra e coinvolge tutto l’ecosistema toccato dal processo, incentivando la trasparenza, la condivisione e l’inclusione di tutti i partecipanti.

Una definizione olistica

La trasformazione digitale è l’integrazione della tecnologia digitale in tutte le aree e i processi di un’azienda, è il radicale cambiamento del modo in cui si opera e si fornisce valore ai propri pazienti, per il nostro settore farmaceutico, ovvero i clienti se consideriamo anche tutti gli altri mercati. Ma è anche, o forse soprattutto, un cambiamento culturale a livello imprenditoriale, manageriale e aziendale, che richiede alle organizzazioni di sfidare continuamente lo status quo, la loro tradizione, il loro “abbiamo sempre fatto così”, sperimentando e non temendo il fallimento.

La vera trasformazione digitale, quella che non delude le aspettative, richiede sacrifici, comporta ridisegnare i processi operativi e gestionali, stimola una rivoluzione del mindset aziendale a tutti i livelli, è strettamente collegata a un percorso di change management, tutto per superare le inerzie e le resistenze al cambiamento.

Grazie alla digital transformation vengono superate storiche espressioni come “customer satisfaction”, “customer experience”, lasciando spazio alla “customer centricity”, o detto meglio per il nostro settore farmaceutico, alla “patient centricity”. Pensare, pianificare e costruire digitalmente consente di essere agile, flessibile e pronti a crescere, passando da una forma di interazione con i propri target definibile come “one2many” a una “one2one”.

Tutto in ottica “Customer centricity”

Tuttavia, le organizzazioni e i mercati sono eterogenei e non esiste ovviamente un’unica soluzione. Ogni azienda, dalle grandi alle piccole, deve attentamente valutare il proprio percorso di innovazione digitale e scegliere il mix tecnologico più adatto fatto di architetture ibride, integrando automazione, intelligenza artificiale, data analytics, blockchain. Ciò che non va dimenticato nel fare queste scelte è che per una reale trasformazione digitale la tecnologia è il mezzo, il fine sono i dati acquisiti dai propri pazienti-clienti. Per ingaggiare i propri target, devono essere realizzate catene di valore che producono dati reali, immutabili, normalizzati e facilmente accessibili. La tecnologia innovativa, insieme a un approccio culturale aperto, permettere di:

  • migliorare la strategia e il raggiungimento degli obiettivi prioritari per il business;
  • ridurre i costi operativi e liberare risorse;
  • sviluppare un’operatività agile, veloce e flessibile.

Ecco allora che è possibile sostenere che la trasformazione digitale consiste non in un radicale ripensamento del proprio business ma nel capire come usare gli strumenti digitali per raggiungere meglio i propri pazienti/clienti e farli sentire parte della visione e missione aziendale.

Superare le complessità della digital transformation

Già nell’ottobre del 2018 una interessante survey di McKinsey & Company dal titolo “Unlocking success in digital transformations”, ripresa in un articolo del febbraio 2021 da “digital4.biz/executive”, riportava che solo il 30% delle organizzazioni, su scala globale, alle prese con la trasformazione digitale era soddisfatto dei risultati ottenuti e appena il 16% riferiva di aver concretamente migliorato le prestazioni e di essere preparato a gestire nuovi cambiamenti.

Gli ostacoli che spesso si frappongono alla trasformazione digitale sono molteplici:

  • non scalabilità di molte soluzioni già adottate dalle aziende;
  • assenza di una piattaforma unificata in particolare nella gestione della supply chain;
  • eccessiva complessità dei sistemi informatici che non consentono l’integrazione;
  • mancanza di cultura e capacità manageriali adeguate;
  • budget insufficienti.

Ma la complessità più difficile da superare per una organizzazione che intraprende il percorso di trasformazione digitale è la definizione degli obiettivi. Obiettivi troppo ambiziosi, la ricerca di cambiamenti generali, interventi drastici sui processi fondamenti, magari in tempi ristretti, non possono portare a risultati positivi.

Iniziative ben pianificate, condivise, definite e gestite con piani di project management e mirate su specifici obiettivi hanno invece maggiore possibilità di soddisfare le aspettative e a volte di superarle con accelerazioni anche maggiori del previsto. Risultano quindi fondamentali gli asset immateriali:

  • le competenze del management;
  • la leadership;
  • la disponibilità al cambiamento nel modo di lavorare dei collaboratori;
  • la comunicazione trasparente e capillare verso tutti i dipartimenti aziendali per condividere e sostenere le nuove strategie.

Sembra incredibile ma è così. Per vincere la complessità della digital transformation occorre oggi concentrarsi innanzitutto sul capitale umano aziendale prima che sulla tecnologia.

Quando un’organizzazione inizia un percorso di digital transformation si deve rendere conto che si troverà di fronte a un cambiamento del modo in cui adattare le proprie operation e abitudini alle nuove tecnologie, piuttosto che semplicemente adottarle.

Questo perché la digital transformation è un percorso, un viaggio, che non ha una sola meta. Ancora una volta, anche per questa epoca evolutiva, tocca scomodare il Padre della teoria dell’evoluzione, Charles Darwin, che disse: “Non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere, ma quella che si adatta meglio al cambiamento”.

Riferimenti