Intensificare il contributo femminile

Stiamo assistendo a una lenta ma costante crescita della presenza di donne in ruoli istituzionali di grande livello – afferma Viviana Ruggeri di Servier – ma resta ancora molto da fare

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Intensificare il contributo femminile: intervista a Viviana Ruggieri di Gruppo Servier

Viviana Ruggieri è External Relations, Market Access & Regulatory Director Gruppo Servier in Italia. È anche membro di gruppi di lavoro in Farmindustria e relatrice in diversi Master. In questa intervista racconta la sua esperienza di professionista donna nel settore del pharma e la sua opinione sul contributo femminile alle aziende di questo settore.

 

Il suo ruolo in Servier prevede spesso di interfacciarsi con uomini. Qual è la sua esperienza?

Il mondo politico-istituzionale è ancora oggi fortemente caratterizzato dalla presenza maschile, sebbene molte posizioni, anche apicali, della PA siano sempre più occupate da donne con altissime competenze.

L’interazione con questi interlocutori cambia a seconda del genere. Con le figure femminili la discussione generalmente si focalizza più su temi tecnici, mentre il referente maschile tende a spostare il discorso su argomenti politico-organizzativi. Io ho notato che nel tempo l’atteggiamento dei miei interlocutori si è modificato seguendo la mia curva di crescita, sia in termini di età che professionale. Ho avuto la fortuna di incontrare all’inizio della mia carriera uomini di grande calibro ai quali devo molto in termini di mentorship. Questo mi porta a pensare che non è il genere ma sono la persona e la sua cultura a fare la differenza.

 

Nel corso della sua carriera ha visto mutare il contributo femminile nel campo della salute?

In generale, stiamo assistendo a una lenta ma costante crescita della presenza di donne in ruoli istituzionali di grande livello. È un trend positivo che, però, rimane ancora confinato a percorsi di carriera in cui premia la tenacia e l’abnegazione. Il contributo che le donne potrebbero fornire grazie alla diversità di approccio e di visione andrebbe intensificato attraverso politiche di sviluppo ad esse dedicate, a partire dal sostegno alle famiglie e dallo sviluppo di una cultura inclusiva e flessibile.

La donna deve infatti avere la possibilità di avere una carriera professionale che la soddisfi senza dover affrontare il grande dilemma della maternità, una funzione che non può essere delegata. Questo richiede una forte dose di intelligenza emotiva in chi ci gestisce.

È evidente nelle nuove generazioni femminili uno sviluppo verso l’autonomia, la libertà e lo svincolo dal concetto di famiglia come cardine del proprio percorso di vita, concetto che vent’anni fa era preponderante. Purtroppo questo è probabilmente anche alla base del calo della natalità che stiamo riscontrando negli ultimi anni.

 

Quali sono state, se le ha vissute, le difficoltà di essere donna in azienda?

Non nego che all’inizio della mia carriera la giovane età veniva talvolta percepita come un limite dai miei interlocutori, per la maggior parte uomini con un’età media piuttosto alta, diversamente da quello che mi succede oggi. È anche vero che il mio ruolo, soprattutto per ciò che riguarda le scienze regolatorie, sta diventando sempre più “rosa”: solo nel dipartimento che dirigo siamo in 17, di cui 13 donne.

Quando 15 anni fa sono arrivata in Servier ho capito subito che si poneva nei confronti delle donne con un approccio differente. Questo forse anche per merito della cultura francese molto attenta alla famiglia. In Servier non ho mai subito discriminazioni di genere, ho avuto molte opportunità di crescita, autonomia e nel contempo la possibilità di occuparmi dei miei figli senza che questo sia mai stato un fattore limitante. Ciò è confermato anche dal fatto che siamo un gruppo assolutamente equilibrato. Più della metà dei dipendenti sono, infatti, donne. Questa percentuale è confermata anche tra le posizioni di first e middle management, mentre aumenta al 72% tra i dipendenti.

 

La medicina di genere è un percorso che sta affrontando anche Servier?

Servier è un’azienda farmaceutica presente storicamente in ambito cardiovascolare. Oggi è impegnata in particolar modo nella sensibilizzazione sull’importanza dell’aderenza alle terapie croniche, con un focus crescente sul mondo femminile. In questa area terapeutica, infatti, riscontriamo ancora oggi delle differenze di genere di tipo culturale, sociale e di “ruolo”, che vedono la donna essere da sempre caregiver dei propri familiari e, conseguentemente, con meno tempo da dedicare alla propria salute. Abbiamo riscontrato che le donne, soprattutto da una certa età in poi, non hanno ancora una chiara conoscenza degli effetti che si possono produrre, nel lungo termine, se si trascurano alcuni fattori di rischio, quali l’ipertensione e l’ipercolesterolemia. Sono infatti fenomeni da sempre ed erroneamente associati all’universo maschile, e che possono nel tempo portare ad eventi cardiovascolari maggiori.

Parlare, quindi, di medicina di genere è fondamentale per sviluppare un approccio personalizzato alle cure, anche sottolineando l’importanza di un corretto e costante trattamento farmacologico in riferimento alle malattie croniche, e in particolare cardiovascolari.

 

Che ruolo ha la donna in funzione di caregiver?

Non esistono dati definitivi, ma da più fonti le stime non ufficiali indicano che in Italia sono più di 3 milioni i caregiver familiari, il 65% dei quali sono donne di età compresa tra i 45 e i 55 anni, che spesso svolgono anche un lavoro fuori casa o che sono state costrette ad abbandonarlo (nel 60% dei casi) per potersi dedicare a tempo pieno alla cura dei familiari. Questi numeri sono sicuramente sottostimati rispetto al momento attuale in cui la pandemia ha aumentato la difficoltà delle famiglie di appoggiarsi a terzi. La gestione dei familiari è dunque tornata ad essere di appannaggio delle donne della famiglia.

Sono convinta che noi donne, in quanto madri, mogli e figlie ricopriamo un ruolo cruciale nella gestione della salute all’interno della famiglia e di conseguenza, come ambasciatrici, anche nella società. Non è facile prendersi cura anche di noi stesse, come spesso capita, ma lo ritengo più che mai un dovere oltre che una necessità.

 

Qual è dunque l’approccio di Servier alle pari opportunità?

Posso dire che Servier è sempre stata una “azienda-famiglia”, e fin dalla sua fondazione, è sempre stata tra le imprese che cercano di tradurre i propri risultati in un valore sociale. La crescita ed il benessere della propria comunità nonché la realizzazione delle nostre persone ne sono un esempio.

L’attenzione per la parità di genere e, soprattutto, lo sforzo di mettere le nostre donne in una condizione di pari opportunità con i nostri uomini, non sono altro che una applicazione concreta della nostra filosofia.

 

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