Un roadmap per mettere in pratica la sostenibilità

Il Circularity Gap Report 2024 rivela che negli ultimi cinque anni il numero di articoli, report e studi sull’economia circolare è triplicato, ma il tasso di circolarità è fermo al 7.2%.

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Ne discutiamo tanto, eppure la crescita dell’economia circolare a livello globale sembra andare a rilento. È questo, in sintesi, il concetto espresso nel Circularity Gap Report 2024 pubblicato dal think-tank Circle Economy in collaborazione con Deloitte e arrivato ormai alla sua settima edizione. Ma c’è di più: quest’anno gli autori del report hanno scelto di elaborare anche una roadmap operativa, che indichi la strada da seguire per una vera evoluzione verso un’economia e un’industria più sostenibili.

I numeri del report

Andiamo con ordine, partendo dai dati. Quello centrale riguarda senz’altro il tasso di circolarità globale relativo all’anno 2023, che è fermo al 7,2% del 2022, dopo essere calato dal 9,1% registrato nel 2018 all’8,6% del 2021. Ciò significa che solamente il 7,2% dei materiali consumati ogni anno a livello mondiale è costituito da materie prime seconde, ossia da tutti quei materiali derivati dagli scarti di lavorazione delle materie prime o dal riciclo dei rifiuti. L’indicatore utilizzato nel report non tiene del tutto conto quindi dell’impatto di altre strategie messe in atto per limitare i consumi – come il riuso dei prodotti – ma fotografa bene la situazione quanto a circolarità, soprattutto se messo in relazione con altri numeri.

Negli ultimi sei anni, l’umanità ha infatti consumato circa 500 miliardi di tonnellate di materiali, una quantità impressionante, quasi pari a quella consumata nel corso di tutto il 1900. Al tempo stesso, negli ultimi cinque anni il numero di articoli, report, conferenze e studi a tema economia circolare è triplicato. «Questi dati mostrano la fredda, dura verità – scrivono gli esperti nel  report – e cioè che nonostante l’economia circolare abbia raggiunto lo status di “megatrend”, discorsi e obiettivi ambiziosi non si stanno ancora traducendo in azioni sul campo e impatti misurabili». Il pericolo è il circular washing.

Con il termine circular washing, nato sul modello del più conosciuto greenwashing, si indicano proprio quelle pratiche che tendono a presentare automaticamente come “verdi” tutte le attività di riciclo o recupero di materiali, senza che venga realmente valutato il loro costo per l’ambiente.

Se non cambierà nulla, industrie e governi finiranno per ricorrere al circular washing, perdendo una grande occasione per fare la differenza.

Circularity Gap report 2024

Una roadmap per tutti

Il report individua inoltre le filiere industriali e produttive più impattanti. Parliamo del settore agroalimentare, che consuma acqua e suolo oltre a mettere seriamente in crisi la biodiversità, del settore edile, da sempre affamato di spazio e di materie prime e, infine, del settore manifatturiero e industriale, intenso in senso ampio. Anche in questo caso c’è molto da fare. «La produzione industriale tiene in piedi il mondo – si legge nel report – ne abbiamo bisogno per fabbricare veicoli, abbigliamento, elettrodomestici ed attrezzature. Oggi però il suo contributo al superamento dei limiti planetari è tutt’altro che trascurabile: è responsabile di circa un terzo delle emissioni globali di gas serra e di circa il 5% dell’uso globale di acqua dolce e di suolo». Non solo: il settore è anche legato alla dispersione nell’ambiente di rifiuti tossici e sostanze chimiche di origine industriale.

Le indicazioni per l’industria

Le azioni consigliate per rendere tutti questi settori produttivi meno impattanti sono indicate proprio nella nuova roadmap inserita nel report. Tra le tante misure proposte, ricordiamo quelle legate al mondo dell’industria: si raccomanda alle aziende di investire sulla crescita dei green job e di tutte quelle competenze che sono funzionali allo sviluppo di un vero sistema circolare, ma anche di lavorare per rendere la transizione ecologica più socialmente equa possibile e di promuovere una cultura aziendale sostenibile. In più, sarà necessario favorire una collaborazione più stretta all’interno e tra le industrie, creando legami simbiotici, ad esempio tra produttori e utilizzatori di rifiuti, in modo da risparmiare materiali ed emissioni. Tutto ciò dovrà avvenire con il sostegno della politica, a cui si chiede di promuovere ad esempio il “Right to Repair” del consumatore e di rivedere la tassazione in modo da favorire le realtà più all’avanguardia.

Misure adattate all’area geografica

Da notare infine come ognuna delle misure proposte nel report venga declinata in modo differente per le varie zone del mondo, divise in Shift Countries, Grow Countries e Build Countries. La sfida per i primi Paesi (come Unione Europea, Stati Uniti, Giappone) è diminuire velocemente l’utilizzo di risorse, per i secondi (come Cina, Brasile, Messico) rendere stabile la quantità di materiali utilizzati e investire sulla circolarità. Solo le Build Countries (ad esempio Bangladesh, Nigeria, Filippine) sono incoraggiate ad aumentare consumi e costruire infrastrutture, per migliorare le condizioni di vita e anche la capacità di adattamento ai cambiamenti climatici delle loro popolazioni, cercando però di non danneggiare il proprio capitale naturale.