La semantica del paziente cambia con la società

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La semantica del paziente

In un tempo relativamente vicino, non ci si poteva permettere di esercitare il diritto alla sensibilità, o forse era la sensibilità generale a essere diversa. Il medico aveva l’obiettivo di strappare il malato alle grinfie della morte e tutto il resto era un dettaglio di trascurabile importanza. Non deve, quindi, scandalizzare che molto sbrigativamente il malato venisse identificato col numero del letto che occupava in ospedale. Da allora la semantica del paziente si è però sensibilmente evoluta.

La possibilità di discernere sulle questioni linguistiche non è però prerogativa della nostra epoca, se è vero che nell’antichità greca venivano tenute in grande considerazione la preparazione filosofica del medico e la sua dimestichezza con l’uso delle parole.

Oggi, tuttavia, la percezione collettiva cambia con velocità supersonica. La scienza compie passi da gigante e l’ascesa della medicina predittiva e potenziativa estende smisuratamente la platea dei sani che si rivolgono al medico. In questo contesto, ha ancora senso raccontare di malattie e pazienti?

Alle radici della terminologia

La parola paziente deriva dal latino patiens, participio presente di patio, un verbo che racchiude il valore della sofferenza, ma anche della sopportazione. Nel termine è la dimensione del patimento e della passività espressa dal subire il dolore in una posizione subordinata.

La persona è una sostanza la cui caratteristica specifica riguarda la sua dignità

Tommaso D’Aquino – Summa Theologiæ

Ma la condizione del paziente che si sottopone a trattamenti sanitari senza profferire parola è stata di fatto ribaltata dall’avvento, alla fine degli anni ’60, della patient-centered medicine. Questo approccio ha sostanzialmente delegittimato l’atteggiamento paternalistico del medico nella relazione di cura. Oggi, i dibattiti accesi sui vaccini e sulla medicina difensiva testimoniano che i ruoli si stanno invertendo e che di pazienza ne è rimasta ben poca.

Ma, per soppiantare il termine, occorre immaginare un valido sostituto, che incontri la stessa fortuna in termini di efficacia comunicativa. Una parola che si faccia perdonare la perdita del parallelismo con le altre lingue europee. In inglese, l’unico vocabolo con cui viene definito il paziente in ambito strettamente sanitario è patient, che diventa client nell’ambito dell’assistenza legale. Lo stesso, a meno di una diversa pronuncia, per il francese, per il tedesco (almeno al maschile, dacché il femminile è patientin) e, con una minima variazione, per lo spagnolo (paciente), che conserva decisa distinzione dall’assistito (beneficiario).

Superare il concetto di passività

Un vocabolo che piace discretamente alle associazioni di categoria dei medici è assistito. Un termine che, tuttavia, sottolinea ancor di più la condizione di passività di chi vorrebbe essere curato, anche nell’etimologia. Assistere (ad-sistere) è un verbo latino che può essere tradotto con l’espressione stare accanto, un’espressione che indica un atteggiamento di solidarietà, proprio per questo unilaterale.

Perché il paziente sia al centro della cura, è imprescindibile che abbia un ruolo attivo. O che, almeno, non sia “oggetto” di assistenza da parte del medico.

Riconoscere la particolarità

La Costituzione apre un’altra prospettiva; nell’articolo 32, quello concernente la tutela della salute, non parla di paziente, ma di individuo (nella sua accezione giuridica indistinta) e di persona (per gli aspetti di autodeterminazione della salute). Anche la Convenzione di Oviedo, il primo trattato internazionale in materia di bioetica, fa riferimento alla persona, all’uomo e all’essere umano.

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.
Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Costituzione Italiana – Art. 32

Il termine “persona” deriva dall’etrusco e indica la maschera dell’attore e il personaggio che con questa si intende rappresentare. Qualifica l’individuo distinguendolo dai suoi simili e ne evidenzia le componenti relazionali, la coscienza di sé e la dignità.

Il senso di questo vocabolo si completa con l’introduzione della medicina personalizzata, che tiene conto della molteplicità dei bisogni personali, a cui occorre rispondere con terapie tailor-made.

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