Sostenibilità ed etica a sostegno della qualità

La trasformazione del sistema produttivo verso filiere agroalimentari biologiche, etiche ed eque può rappresentare un elemento dirompente per affermare il valore della qualità a scapito della logica del prezzo più basso

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sostenibilità ed etica a sostegno della qualità

Il tema relativo alle filiere biologiche e al contenuto etico di prodotti è molto divisivo e, per quanto continuino a crescere sia il suolo coltivato secondo le linee guida biologiche che le quote di mercato di prodotti derivanti da coltivazioni biologiche, la contrapposizione tra produzioni biologiche e convenzionali (se non quando intensive) è sempre più presente nel dibattito economico-politico.

Non è forse inopportuno ricordare come le politiche dell’Unione europea di promozione e impulso all’agricoltura biologica erano e sono intese assolvere primariamente a due funzioni sociali. La prima è l’incentivo a un impiego del suolo e delle risorse coerente con uno sviluppo sostenibile, riducendo la desertificazione e l’impiego di fertilizzanti e pesticidi, promuovendo il rispetto dei cicli naturali, la fertilità del suolo e la sua biodiversità. La seconda è quella legata alla potenzialità, per la filiera biologica, di intercettare la domanda di prodotti biologici da parte dei consumatori, in particolare coloro maggiormente sensibili rispetto alle istanze di tutela dell’ambiente e del benessere animale.

Mercato in crescita ma a velocità ridotta

Il mercato del consumatore sensibile ai temi della preservazione delle risorse e al benessere ambientale e animale è un mercato in crescita e il numero di consumatori disposto a pagare un sovrapprezzo per un prodotto biologico è in aumento.

Tuttavia, da questa proposizione generale ne discendono altre due, interessanti.

La prima è che il mercato è in crescita ma la derivata di crescita è negativa (dati 2021). Questo vuol dire che seppur in un quadro ancora fortemente positivo per il settore, la velocità di conquista di quote di mercato si è ridotta sensibilmente e per certi versi anche inaspettatamente.

La seconda considerazione da fare è che il quadro positivo europeo (e anche mondiale, seppur su scale diverse) come al solito riflette situazioni molto diverse. Ad esempio in Danimarca (2018) oltre il 13% della spesa alimentare è etichettata “bio”, con una spesa pro-capite di prodotti biologici che si attesta su oltre 320 euro. Per contro, altri Paesi, soprattutto dell’Europa orientale, hanno spese annue di pochi euro pro-capite. Per quanto riguarda la superficie agricola utilizzata per produzioni biologiche, passiamo dall’oltre 25% dell’Austria a meno del 3% (in diminuzione) per Polonia, Bulgaria, Romania, Malta.

Una facile, seppur sicuramente semplicistica analisi di questi dati suggerisce che il mercato del biologico è un mercato maturo in termini di consapevolezza del consumatore ma fortemente legato alla capacità di spesa.

L’Italia rappresenta un elemento trainante nel contesto europeo, sia in termini di superfici agricole utilizzate che in termini di quote di mercato per i prodotti certificati bio. Ma proprio per questa funzione trainante e per l’impatto globale che il comparto ha sull’economia nazionale, gli elementi di attenzione non devono esser trascurati e, anzi, occorrerebbe aver la capacità di anticiparli.

Spiegare il valore del biologico…

Il mercato degli integratori e supplementi alimentari e quello dei cosmetici funzionali hanno un duplice ruolo da svolgere negli anni a venire nel mantenere e fornire impulso a questa importante parte dell’economia nazionale.

Se negli obiettivi della Unione europea viene espressamente citata la possibilità di intercettare una fetta di consumatori sensibile ai temi delle produzioni biologiche, è compito dell’industria dell’integrazione e della cosmetica funzionale portare evidenze sul fatto che la filiera biologica produce valore aggiunto al prodotto finale. Se questo viene percepito – e in un mercato che si sta sempre più avvicinando alla maturità la percezione di qualità è basata sui risultati più che sulle attese – il mondo dell’integrazione e quello della cosmesi funzionale possono fungere da volano per tutto il sistema della produzioni agricole e trasformazioni primarie.

È sempre più necessario muoversi verso una validazione basata sulle evidenze del ruolo dell’integrazione e della cosmesi funzionale.

Durante i lavori della prima edizione di INSAFE – Innovation for sustainability in food system and economy, tenutasi il 23 ottobre 2023 a Paestum, si è dato risposta, tra le altre, a queste importanti questioni:

  • Perché la filiera biologica può fornire prodotti qualitativamente migliori rispetto a una filiera convenzionale e, se è questo il caso, quali devono essere le condizioni di lavorazione, di raccolta, di gestione del prodotto primario?
  • Solo per citare alcuni esempi: la coltivazione biologica può fornire un pool di metaboliti secondari più ampio e migliore qualitativamente rispetto alla filiera convenzionale o intensiva?
  • Come è possibile misurare questo vantaggio?
  • Il consumatore recepisce la consapevolezza – su cui oramai c’è ampio consenso – che una coltivazione e una produzione primaria rispettose della biodiversità promuovono l’interazione tra piante, animali e batteri, favoriscono la selezione di sementi e animali con maggior longevità e resistenza a malattie, diminuendo il ricorso a pesticidi e antibiotici?

Ecco, una risposta a queste (e diverse altre) domande consente con grande probabilità di evitare il rischio che l’intera filiera (dal campo all’integratore) venga percepita come il risultato di un “bio-washing”, un’etichetta che via via perde il significato di specificità, e che invece il prodotto della filiera venga veramente riconosciuto come avente valore aggiunto sia per la funzione specifica (integrazione, cosmesi), sia per l’impatto generale sul benessere dell’ambiente, degli animali, della biodiversità e del risparmio di suolo.

…e della filiera etica

Egualmente importante, seppur non direttamente legato agli aspetti della filiera biologica, il tema del contenuto “etico” del prodotto.

Un prodotto – sia esso un alimento, un integratore, un cosmetico funzionale – non deve esser portatore di sofferenza, ingiustizia, sfruttamento dei lavoratori.

Questa affermazione probabilmente trova tutti d’accordo sul piano morale, ma occorre riflettere che una filiera etica è una filiera che contribuisce a spostare la competizione sulla qualità del prodotto piuttosto che sul suo prezzo e che quindi una sua efficiente implementazione consente nel medio termine importanti ricadute sul contenuto di innovazione e di qualità del prodotto rivolto al consumatore.

Il consumatore deve poter immediatamente apprezzare che l’etichetta “fair and sustainable trade” non è solo l’ennesimo “washing” etico, ma è impegno da parte del produttore a spostare la capacità di mercato dalla riduzione di prezzo alla qualità – complessiva – del prodotto. Se in una prima fase molti consumatori possono esser disposti a pagare un sovrapprezzo per un contenuto di equità del prodotto, nel lungo termine questo diventa insostenibile se non associato a un chiaro valore qualitativo.

Ecco quindi che le filiere biologiche e l’eticità ed equità della filiera non devono esser viste come vincoli che incidono sul costo e sul prezzo, ma come opportunità che guidano costo e prezzo su elementi di qualità.

La condivisione su questi temi è essenziale e produttori, trasformatori e innovatori devono esser a conoscenza delle opportunità che l’intera filiera, e non solo parti omogenee di essa, offrono.

INSAFE ha offerto l’opportunità di condividere e di confrontarsi su temi che saranno cruciali per il futuro di un comparto industriale e tecnologico strategico per il Paese.