Covid, boom nell’impiego di antibiotici

Negli ospedali l’uso degli antimicrobici ha registrato un picco nel marzo del 2020. Per i macrolidi l’incremento è stato del 77% rispetto al 2019, per l’azitromicina del 160%

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antibiotici e covid

Non bastavano i malati a migliaia, gli ospedali in affanno, le terapie intensive al collasso. Il Covid ha avuto un impatto negativo anche sull’uso degli antibiotici, con ciò che ne consegue in termini di mancata appropriatezza e di incremento delle resistenze.

«Nella prima fase dell’epidemia, la rapida diffusione del contagio e la mancanza di specifiche terapie hanno determinato l’impiego di un’ampia varietà di farmaci, tra cui gli antibiotici», conferma Roberto Da Cas, membro del Centro nazionale per la ricerca e la valutazione preclinica e clinica dei farmaci dell’Istituto superiore di sanità (Iss). «Una recente analisi ha, però, rilevato che, nonostante solo il 6,9% dei pazienti ospedalizzati per Covid presentasse una sovra-infezione batterica, con un livello massimo dell’8,1% nei casi più critici, ben il 71,9% dei ricoverati è stato trattato con antimicrobici».

Per vedere più chiaro in questa situazione il rapporto L’uso degli antibiotici in Italia dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha confrontato il primo semestre del 2020 con lo stesso periodo del 2019.

Le variazioni rispecchiano l’andamento dell’epidemia

Ebbene, per quanto riguarda il territorio, nei primi sei mesi dello scorso anno le dosi di antibiotici consumate per mille abitanti al giorno sono state 13,2, con una riduzione del 26,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In tutte le regioni, e soprattutto in Emilia Romagna, Toscana, Lazio, è stata riscontrata una diminuzione dell’impiego. «Questo andamento è attribuibile a vari fattori», spiega l’esperto, «tra cui il lockdown avvenuto tra marzo e maggio del 2020, che ha ridotto gli spostamenti; il minore accesso agli ambulatori dei medici di medicina generale; la diffusione dei dispositivi di protezione individuale che possono avere diminuito la trasmissione di infezioni batteriche».

Per quanto concerne, invece, l’ospedale, si rileva una lieve riduzione dell’uso, pari all’1,3%, con marcate differenze regionali. Coerentemente con la diffusione della pandemia, le variazioni sono oscillate tra il -20,9% della Basilicata e il +22,2% dell’Emilia Romagna.

Confrontando poi l’andamento mensile dei consumi di antibiotici nel primo semestre del 2020 e del 2019, nell’ambito dell’assistenza convenzionata si osserva una differenza tra i due periodi di circa il 10% a gennaio e febbraio, che aumenta nei mesi successivi fino a raggiungere il 50% in maggio.

consumo antibiotici convenzionata
Andamento mensile del consumo (DDD/1000 abitanti die) degli antibiotici per uso sistemico (convenzionata) – Fonte Aifa

Nel settore ospedaliero l’incremento ha registrato un picco nel marzo del 2020, con un valore raddoppiato rispetto al 2019. Nei mesi successivi si è, invece, assistito a una rapida decrescita, con il valore più basso a maggio, anche in virtù del fatto che le evidenze scientifiche non raccomandavano l’impiego di antibiotici per il trattamento di pazienti con Covid.

consumo antibiotici strutture pubbliche
Andamento mensile del consumo (DDD/1000 abitanti die) degli antibiotici per uso sistemico (strutture sanitarie pubbliche) – Fonte Aifa

Il “caso” dell’azitromicina

Osservata speciale la categoria dei macrolidi, con un incremento del 77% nel primo semestre del 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019. A registrare un vero e proprio boom è stata in particolare una molecola di questa classe, l’azitromicina, che ha mostrato un aumento del 160% (con un’ampia variabilità regionale, che va dal +381,9% in Emilia Romagna al +12,4% in Molise). Il picco è stato registrato, in particolare, nel marzo del 2020, con un valore di nove volte superiore rispetto a quello del 2019.

«L’incremento dei consumi dell’azitromicina può essere attribuito al fatto che, nelle prime fasi dell’epidemia, alcune evidenze hanno sostenuto l’efficacia di questa molecola nei pazienti con malattie polmonari infiammatorie, ipotizzando, di conseguenza, la sua utilità nel trattamento dei pazienti con Covid», sottolinea Da Cas. «Inoltre, uno studio osservazionale ha diffuso notizie favorevoli all’impiego di questo principio attivo anche in associazione con l’idrossiclorochina».

Ma poi qualcosa è cambiato. Il 9 aprile del 2020, infatti, l’Aifa ha reso pubblica la scheda informativa, poi aggiornata a maggio, dell’azitromicina e, dopo aver valutato le evidenze disponibili, ha stabilito che l’uso di tale antibiotico dovesse essere preso in considerazione solo in caso di eventuali sovrapposizioni batteriche. Nel documento, l’agenzia ha, inoltre, messo in guardia sul rischio di prolungamento dell’intervallo Qt, causato dalla presenza nel paziente di pregressi fattori di rischio e dalle interazioni della molecola con altri farmaci, come idrossiclorochina, antiaritmici (amiodarone), antibatterici fluorochinolonici (levofloxacina), antidepressivi (citalopram).

A questa indicazione è seguita, il 24 aprile, una nota dell’European medicines agency (Ema) che ha ribadito che l’associazione tra clorochina o idrossiclorochina e azitromicina poteva provocare un’esacerbazione delle reazioni avverse. Il 25 aprile anche la Food and drug administration (Fda) ha avvertito di essere a conoscenza di segnalazioni di gravi problemi del ritmo cardiaco, tra cui tachicardia e fibrillazione ventricolare, in pazienti con Covid trattati con clorochina o idrossiclorochina, spesso in associazione con azitromicina.

A breve un’unità di crisi ad hoc

Sul tema, una recente ricerca dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha lanciato l’allarme, evidenziando che l’aumento dell’uso inappropriato degli antibiotici in Europa a causa dell’epidemia rischia di accelerare la diffusione delle resistenze antimicrobiche. «Per scongiurare ciò, è necessario monitorare i consumi di questi farmaci, soprattutto in un contesto di emergenza sanitaria come quello attuale», sostiene Da Cas. «L’antibiotico resistenza è una grande emergenza globale, soprattutto oggi che siamo alle prese con una pandemia», avverte Nicola Magrini, direttore generale dell’Aifa. «Nei prossimi mesi l’agenzia provvederà a creare un’unità di crisi ad hoc per arginare il problema».