Un vaccino a mRNA promette passi avanti nella lotta contro il glioblastoma

Un team di ricercatori dell’Università della Florida sta mettendo a punto un vaccino a base di mRNA e nanoparticelle lipidiche per il trattamento di pazienti affetti da glioblastoma multiforme

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Una notizia incoraggiante dall’Università della Florida: i ricercatori stanno sperimentando un nuovo vaccino contro il glioblastoma, la forma più letale e difficile da curare di cancro al cervello. Come spiegato nell’articolo “RNA aggregates harness the danger response for potent cancer immunotherapy” (uscito a inizio maggio su Cell), questa nuova tecnologia vaccinale ha dato risultati positivi sugli animali e ora è progredita arrivando a test clinici su quattro pazienti umani.

Gli autori dello studio detengono il brevetto del vaccino, che è sotto opzione di licenza da parte di iOncologi Inc, legata sempre all’Università della Florida.

mRNA + nanoparticelle

Il glioblastoma è un cancro notoriamente aggressivo, resistente ai trattamenti e soggetto a recidive, tanto che chi riceve la diagnosi oggi va incontro a una sopravvivenza media di soli 15 mesi. Lo standard attuale di cura prevede un mix di interventi chirurgici, radioterapia e chemioterapia.

L’idea ora è combatterlo utilizzando anche uno sviluppo delle nuove tecnologie a base di mRNA e nanoparticelle lipidiche, come quelle impiegate nei vaccini per il Covid-19.

In questo caso, però, ci sono due novità significative: da una parte il vaccino per il glioblastoma sfrutta un sistema di distribuzione delle nanoparticelle iniettate più complesso e innovativo, dall’altra in questo caso si includono cellule tumorali specifiche del paziente per creare un vaccino del tutto personalizzato.

Una soluzione personalizzata

L’RNA viene infatti estratto dal tumore dopo che quest’ultimo è stato rimosso chirurgicamente da ciascun paziente. A questo punto l’RNA messaggero (mRNA) viene potenziato e avvolto nelle nanoparticelle lipidiche per far sì che le cellule tumorali assomiglino un virus pericoloso quando iniettate nel flusso sanguigno. Elias Sayour, oncologo pediatrico dell’Università della Florida e co-autore dello studio, ha spiegato il processo così: «Invece di iniettare singole particelle lipidiche, iniettiamo grappoli di particelle che si avvolgono l’una intorno all’altra, come cipolle. Abbiamo capito che queste strutture allertano il sistema immunitario in modo più profondo e rapido rispetto a particelle isolate».

Nei casi studiati, grazie al vaccino i tumori sono passati da immunitariamente “freddi” a immunitariamente “caldi” in meno di 48 ore. I tumori “caldi” sono quelli che mostrano i segni di un’infiammazione; ciò significa che il tumore è già stato infiltrato da molti linfociti T, che hanno riconosciuto il cancro e provano a combatterlo.

Verso nuovi test

Si tratta di un passo avanti importante, che arriva dopo oltre sette anni di lavoro. Dai primi passi su modelli murini si è arrivati alla sperimentazione su dieci cani domestici con tumori cerebrali terminali di origine naturale. Questi cani sono vissuti in media 139 giorni dalla diagnosi, quando la sopravvivenza si ferma solitamente tra i 30 e i 60 giorni per i cani con questa condizione.

Anche nei quattro test su pazienti umani gli effetti sono stati incoraggianti. «Abbiamo registrato risultati positivi e non scontati, anche perché spesso non sappiamo quanto gli studi preclinici sugli animali si tradurranno in risposte simili nei pazienti», ha spiegato Duane Mitchell, direttore dell’Istituto per la scienza clinica e traslazionale e del Programma di immunoterapia per tumori cerebrali dell’Università della Florida, anch’egli co-autore dello studio.

Risultati promettenti

Sebbene sia troppo presto per valutare gli effetti clinici del vaccino sugli esseri umani, i pazienti coinvolti nella sperimentazione sono sopravvissuti più a lungo del previsto.

«Spero che questo studio possa aprire la strada a un nuovo paradigma per il trattamento dei tumori al cervello, una nuova piattaforma tecnologica per modulare ed attivare il sistema immunitario»

Elias Sayour, oncologo pediatrico dell’Università della Florida

«Sono anche fiducioso che questa tecnologia possa integrarsi con altre immunoterapie – ha commentato Sayour – permettendo un approccio combinato».

I tumori “caldi” sono infatti quelli che rispondono meglio a un approccio immunoterapico, essendo già stati individuati come target dai linfociti.

Il prossimo step sarà uno studio clinico di Fase I che includerà fino a ventiquattro pazienti adulti e pediatrici affetti da glioblastoma, al fine di convalidare i risultati. Una volta stabilita la dose ottimale, circa venticinque bambini parteciperanno alla Fase 2. P

er questi nuovi studi clinici sarà avviata una collaborazione con un consorzio multi-istituzionale di neuro-oncologia pediatrica, con l’obiettivo di far arrivare il trattamento nei reparti di oncologia pediatrica degli ospedali di tutti gli Stati Uniti. Ciò sarà possibile inviando cellule del tumore di ciascun paziente all’Università della Florida, dove il vaccino personalizzato verrà prodotto e rimandato al team dei medici curanti. Ovviamente ora sarà necessario valutare con attenzione non solo l’efficacia della nuova cura, ma anche la sua sicurezza e la possibilità di interazioni con altre terapie in corso.