Il pharma è diventato una questione di sicurezza nazionale

Per molti anni il settore farmaceutico è stato considerato soprattutto un comparto industriale ad alta intensità scientifica. Oggi non è più così. Produzione di principi attivi, biotecnologie, dati sanitari e capacità manifatturiera sono diventati elementi centrali delle strategie geopolitiche. Il farmaco non è soltanto un prodotto: è un'infrastruttura strategica per la sicurezza economica e sanitaria dei Paesi.

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Per molti anni il settore farmaceutico è stato considerato uno dei comparti più internazionalizzati dell’economia globale. La produzione era distribuita lungo filiere internazionali, la ricerca coinvolgeva centri di eccellenza in diversi continenti e la disponibilità di farmaci sembrava il risultato naturale di un sistema altamente integrato. La pandemia di COVID-19 ha incrinato questa convinzione.

Le difficoltà nella disponibilità di principi attivi, l’improvviso aumento della domanda di medicinali essenziali, la competizione internazionale per vaccini e dispositivi medici hanno mostrato quanto la salute pubblica dipendesse da equilibri industriali e logistici molto più fragili di quanto si immaginasse.
Per la prima volta dopo decenni, governi e istituzioni hanno iniziato a considerare la capacità di produrre farmaci non soltanto come una questione economica, ma come un elemento di sicurezza nazionale: questo cambiamento di prospettiva non si è esaurito con la fine dell’emergenza sanitaria. Al contrario, ha inaugurato una nuova stagione delle politiche industriali dedicate alle life sciences.

La dipendenza globale è diventata un rischio strategico

La pandemia ha reso evidente una realtà nota agli operatori del settore ma poco percepita dall’opinione pubblica: una quota significativa della produzione mondiale di principi attivi farmaceutici e intermedi chimici è concentrata in un numero limitato di Paesi.

Negli ultimi decenni, la ricerca di efficienza economica aveva progressivamente favorito la delocalizzazione delle produzioni verso aree caratterizzate da costi inferiori e maggiore capacità manifatturiera, in particolare India e Cina.
Questo modello ha garantito per anni competitività e disponibilità di prodotti. Tuttavia, ha anche aumentato la dipendenza da filiere molto lunghe, spesso concentrate su pochi fornitori: quando queste catene di approvvigionamento si sono interrotte, il problema non è stato soltanto industriale. È diventato sanitario.

La disponibilità di medicinali essenziali ha iniziato a essere percepita come una componente della resilienza di un Paese, al pari dell’energia, delle telecomunicazioni o delle infrastrutture digitali.

Dalla globalizzazione alla resilienza

La risposta non è stata un ritorno al passato: nessuno immagina una produzione completamente nazionale per ogni farmaco o principio attivo. L’interdipendenza internazionale resta una caratteristica strutturale dell’industria farmaceutica.

È cambiata però la logica con cui vengono progettate le supply chain. Difatti, accanto all’efficienza economica sono entrati nuovi criteri di valutazione:

  • resilienza delle filiere;
  • diversificazione geografica dei fornitori;
  • capacità produttiva disponibile;
  • continuità operativa;
  • gestione del rischio geopolitico.

Negli ultimi anni sono entrati nel linguaggio industriale concetti come reshoring, nearshoring e friend-shoring. Non rappresentano modelli alternativi alla globalizzazione, ma tentativi di renderla meno vulnerabile.

L’obiettivo non è produrre tutto vicino a casa. È evitare che un singolo evento politico, sanitario o logistico possa compromettere la disponibilità di medicinali essenziali.

La nuova competizione tra Stati Uniti, Europa e Cina

Parallelamente alla revisione delle supply chain, si è intensificata la competizione internazionale nel settore delle life sciences.

Gli Stati Uniti continuano a mantenere una posizione dominante nella ricerca biotecnologica, nell’accesso al capitale e nella capacità di trasformare l’innovazione in prodotti industriali.

La Cina ha accelerato in modo significativo gli investimenti in ricerca, produzione avanzata e biotecnologie, rafforzando la propria presenza sia nella manifattura sia nello sviluppo di nuove piattaforme terapeutiche.

L’Europa, pur conservando competenze scientifiche e industriali di primo piano, si trova oggi nella necessità di rafforzare la propria competitività, riducendo alcune dipendenze strategiche e aumentando la capacità di attrarre investimenti.

La competizione non riguarda più soltanto quote di mercato. Riguarda il controllo delle tecnologie, delle piattaforme produttive, dei dati sanitari e delle competenze necessarie per sviluppare le terapie del futuro.

Il Critical Medicines Act: una nuova politica industriale europea

In questo contesto si inserisce il Critical Medicines Act, una delle iniziative con cui l’Unione europea intende rafforzare la sicurezza dell’approvvigionamento di medicinali considerati essenziali.

L’obiettivo non è chiudere il mercato europeo, ma ridurre le vulnerabilità emerse negli ultimi anni attraverso una maggiore diversificazione delle produzioni, incentivi agli investimenti industriali e una migliore capacità di coordinamento tra gli Stati membri.

Il messaggio è chiaro: la disponibilità di farmaci critici non può dipendere esclusivamente dalle dinamiche del mercato globale. Per la prima volta da molti anni, la politica industriale europea torna a occuparsi direttamente di capacità produttiva farmaceutica.

Critical Medicines Act

Biotech, dati e intelligenza artificiale diventano asset strategici

La geopolitica delle life sciences non riguarda soltanto gli stabilimenti produttivi: le nuove piattaforme biotecnologiche, l’intelligenza artificiale, la genomica e la disponibilità di grandi quantità di dati sanitari stanno assumendo un valore sempre più strategico.

Le aziende competono per sviluppare nuove terapie. Gli Stati competono per creare gli ecosistemi in cui queste innovazioni possano nascere, essere finanziate e trasformarsi in prodotti industriali.

Questo spiega perché programmi dedicati alle biotecnologie, ai dati sanitari e all’innovazione vengano oggi considerati strumenti di politica industriale e non soltanto iniziative di ricerca.

Le conseguenze per le aziende farmaceutiche

Per le imprese, questo cambiamento modifica profondamente il contesto competitivo. Le decisioni relative a localizzazione degli impianti, scelta dei partner industriali, strategie di approvvigionamento e investimenti in ricerca sono sempre più influenzate da fattori geopolitici.

Anche la conformità regolatoria assume una dimensione diversa. Le aziende devono confrontarsi con politiche industriali nazionali, programmi di incentivazione, controlli sulle tecnologie sensibili e nuove esigenze di sicurezza delle filiere.

Il vantaggio competitivo non dipende più esclusivamente dall’eccellenza scientifica o dalla qualità produttiva. Conta anche la capacità di operare in uno scenario internazionale caratterizzato da crescente instabilità.

Il farmaco come infrastruttura strategica

Per molti aspetti, il settore farmaceutico sta vivendo una trasformazione simile a quella già osservata in altri comparti: energia, semiconduttori, infrastrutture digitali e telecomunicazioni sono oggi considerati asset strategici per la competitività e la sicurezza degli Stati.

Le life sciences stanno progressivamente entrando nello stesso perimetro. Garantire la disponibilità di medicinali, preservare competenze industriali e mantenere capacità di innovazione non sono più obiettivi esclusivamente sanitari. Sono elementi che incidono sulla resilienza economica, sulla stabilità sociale e sulla capacità di risposta a crisi future.

Una nuova geografia delle life sciences

Nei prossimi anni la globalizzazione del pharma non scomparirà. Cambierà però il modo in cui verrà governata.

Le aziende continueranno a operare su scala internazionale, ma dovranno farlo in un contesto in cui resilienza, sicurezza e autonomia strategica avranno un peso crescente accanto all’efficienza economica.

La geografia delle life sciences sarà sempre meno determinata soltanto dal costo del lavoro o dalla disponibilità di capacità produttiva.

Sarà influenzata dalla qualità degli ecosistemi dell’innovazione, dalla stabilità delle istituzioni, dalla disponibilità di capitale, dalla forza della ricerca e dalla capacità dei Paesi di considerare il pharma non soltanto come un settore economico, ma come una componente essenziale della propria sicurezza.