Le regole dell’attrazione (di capitale)

Per sostenere la ripresa economica e garantire il benessere futuro del Paese, è cruciale aumentare l'attrattività dell’Italia agli occhi degli investitori internazionali, preservando gli investimenti correnti e incentivandone di nuovi

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Gli investimenti esteri diretti (IDE) sono un importante indice della capacità di attrarre investimenti esteri e con essi tutti i vantaggi che ne conseguono in termini di crescita economica. Un contributo particolarmente importante per un Paese come l’Italia, caratterizzata da una crescita particolarmente debole e una produttività generale inferiore a quella dei principali Paesi europei.

Negli ultimi decenni, però, accanto a una crescita economica stagnante il nostro Paese ha registrato investimenti diretti esteri inferiori alle big d’Europa, nonostante un recente miglioramento della sua posizione (ora ha uno score di 66,3, considerato “un buon livello di attrattività”).

Secondo il report di The European House-Ambrosetti “Aumentare l’attrazione degli investimenti esteri per la competitività del Sistema-Italia. Quale strategia per l’industria farmaceutica” un miglioramento nella capacità di attrarre investimenti esteri è cruciale per la ripresa economica e il benessere a lungo termine dell’Italia.

I benefici degli investimenti diretti

Il documento – dedicato all’analisi degli investimenti esteri nel nostro Paese e al ruolo del settore farmaceutico in questo contesto – evidenzia che le imprese multinazionali con investimenti stranieri apportano un valore multidimensionale all’economia nazionale. La loro influenza si estende ben oltre le operazioni dirette, che includono ricerca, produzione e commercializzazione.

Sono un motore significativo per la generazione di nuove opportunità lavorative e l’attivazione di catene produttive e distributive complesse. Inoltre, il loro impatto si riflette nel potenziamento della competitività delle imprese locali e nell’arricchimento della cultura manageriale, che beneficia del dinamismo e delle prospettive globali introdotte da queste organizzazioni.

Secondo i dati riportati dal report, in Italia, le multinazionali contribuiscono al 16,5% del valore aggiunto del Paese ma sono responsabili del 27% degli investimenti in R&S, un contributo significativo per il progresso scientifico e tecnologico di un Paese che investe in ricerca e sviluppo solo l’1,4% del Pil (contro il 2,2% della Francia e il 3% della Germania).

Inoltre, le company straniere si distinguono per una dimensione media superiore, il che si traduce in benefici tangibili come economie di scala, un accesso privilegiato a risorse altamente qualificate e una maggiore capacità di diversificare e instaurare collaborazioni su scala internazionale. La loro efficienza produttiva è notevolmente superiore a quella delle aziende nazionali, con un valore aggiunto per addetto che raggiunge gli 81.000 euro (contro i 47.400 euro delle italiane). Inoltre, risultano competitivi anche in termini di percorsi di formazione e sviluppo professionale e di livelli salariali.

Perché gli investitori non scelgono l’Italia

Purtroppo, però, diversi fattori limitano il desiderio delle compagnie estere di investire in Italia. Tra questi vi sono il debito pubblico, che nel 2022 ha raggiunto il 144,7% del PIL (2.762 miliardi di euro), l’elevato livello di burocrazia, che incide sui costi e sui tempi di avvio delle attività imprenditoriali, e il livello di tassazione delle imprese (l’Italia è al terzo posto in Europa per imposte sui redditi di impresa, pari al 27,8%).

Sul settore farmaceutico, in particolare, pesano una regolamentazione poco favorevole all’introduzione dell’innovazione, un time-to-market troppo lungo e il ritardo nell’attuazione del Regolamento Europeo sulle sperimentazioni cliniche.
Ma soprattutto, l’attuale governance della spesa farmaceutica rappresenta un freno importante all’attrattività del Paese:

Il budget della spesa farmaceutica, fissato al 14,85% del Fondo Sanitario Nazionale, si è rivelato storicamente insufficiente a coprire i livelli di spesa, con una penalizzazione tramite il meccanismo del payback soprattutto delle aziende farmaceutiche a capitale estero.

The European House-Ambrosetti Report “Aumentare l’attrazione degli investimenti esteri per la competitività del Sistema-Italia.

I numeri del settore farmaceutico

Ciononostante, proprio il settore farmaceutico rappresenta una punta di diamante dell’industria manifatturiera italiana e un elemento chiave dell’ecosistema delle Life Sciences che “svolge un ruolo cruciale nella crescita economica del Paese”. In particolare:

  •  Le 282 aziende farmaceutiche operanti in Italia hanno generato un valore aggiunto di 10,7 miliardi di euro nel 2022, pari allo 0,6% del PIL italiano, con un peso sul totale prodotto dall’industria manifatturiera del 3,9%. Il valore aggiunto sale a 34,4 miliardi di euro se si considerano anche le forniture attivate e i consumi indotti.
  • Il settore ha investito 3,3 miliardi di euro in innovazione nel 2022, di cui 1,4 miliardi destinati agli impianti di produzione e 1,9 miliardi alla ricerca e sviluppo. Gli studi clinici rappresentano una parte importante e crescente di questi investimenti.
  • Il settore farmaceutico ha registrato una crescita del numero degli addetti, passati dai 65.800 del 2019 ai 68.600 del 2022, con un incremento del 4,3% rispetto al -1% della media dei settori manifatturieri nello stesso periodo. L’occupazione nel settore si distingue per un alto livello di qualifica, con il 54% degli occupati in possesso di un titolo di laurea, e per una quota di occupazione femminile pari al 44%, superiore alla media manifatturiera.
  • Nel 2022, il settore farmaceutico ha raggiunto un valore di produzione di oltre 49 miliardi di euro, con esportazioni complessive per 47,6 miliardi di euro, prevalentemente verso i Paesi UE, e un surplus commerciale di 9,1 miliardi di euro.