L’uso dei farmaci cambia lungo la geografia italiana

Nel 2025 la prevalenza d’uso dei medicinali si è attestata al 63,5% nelle Regioni del Nord, al 68,9% nel Centro e al 70,4% nel Sud. Le differenze non dimostrano automaticamente una maggiore o minore appropriatezza, ma mostrano quanto il territorio continui a incidere sui percorsi di cura. Per comprenderle occorre mettere in relazione consumi, bisogni clinici, accesso ai servizi e organizzazione regionale.

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Il luogo in cui una persona vive continua a influire sul suo rapporto con i medicinali. Secondo il Rapporto OsMed 2025, la quota di popolazione che ha ricevuto almeno una prescrizione è stata del 63,5% nelle Regioni settentrionali, del 68,9% in quelle centrali e del 70,4% nel Mezzogiorno.

La distanza è significativa, ma non autorizza conclusioni immediate. Un consumo più elevato non coincide necessariamente con un impiego eccessivo, così come un valore inferiore non certifica da solo una maggiore appropriatezza. Dietro le percentuali possono esserci popolazioni con caratteristiche differenti, diversa diffusione delle patologie, organizzazioni sanitarie non omogenee e modalità diverse di accesso alla diagnosi e alla prescrizione.

Il Rapporto consente di rendere visibile questa variabilità. La sua interpretazione richiede però di andare oltre il confronto tra volumi.

La prevalenza non misura da sola l’appropriatezza

La prevalenza d’uso indica quante persone abbiano ricevuto almeno un medicinale nel corso dell’anno, ma non dice se quel trattamento fosse necessario, se sia stato prescritto al momento corretto o se abbia prodotto il risultato atteso.

Due Regioni possono mostrare livelli di consumo simili e avere situazioni molto diverse. In una, il dato può derivare da una maggiore presenza di anziani e pazienti cronici; nell’altra, da modelli prescrittivi più estesi. Allo stesso modo, una bassa prevalenza può riflettere minori bisogni, ma anche difficoltà di accesso alla medicina generale, agli specialisti o ai servizi diagnostici.

Per valutare l’appropriatezza occorre quindi affiancare ai consumi informazioni sull’età della popolazione, sulle condizioni epidemiologiche, sui ricoveri, sugli esiti clinici e sulla continuità delle cure. Senza questo contesto, il rischio è costruire graduatorie che descrivono una differenza senza spiegarla.

Regioni diverse, sistemi diversi

La farmaceutica italiana è governata all’interno di un Servizio sanitario nazionale che mantiene una forte articolazione regionale. Le decisioni di AIFA definiscono autorizzazione, prezzo e rimborsabilità, ma l’accesso effettivo passa attraverso procedure, prontuari, reti cliniche, centri prescrittori e modalità distributive organizzate nei territori.

Queste differenze possono incidere sui tempi con cui una terapia raggiunge il paziente, sul canale attraverso il quale viene dispensata e sulla possibilità di essere seguiti nel tempo. Anche l’organizzazione della medicina territoriale, la disponibilità di specialisti e il rapporto tra ospedale e servizi locali influenzano le prescrizioni.

La variabilità non nasce quindi soltanto dal comportamento del singolo medico. È anche il risultato delle infrastrutture disponibili e delle regole con cui ogni sistema regionale traduce le decisioni nazionali nella pratica assistenziale.

Il bisogno clinico non è distribuito in modo uniforme

L’Italia non presenta una geografia epidemiologica omogenea. Età media, condizioni socioeconomiche, prevalenza delle patologie croniche e fattori di rischio variano tra territori e all’interno delle stesse Regioni.

Una maggiore diffusione di diabete, malattie cardiovascolari o disturbi respiratori può giustificare consumi più elevati in determinate classi terapeutiche. La struttura demografica può aumentare l’esposizione ai medicinali e la frequenza della politerapia. Anche la capacità diagnostica modifica il dato: dove una patologia viene individuata più frequentemente, cresce il numero dei pazienti che accedono al trattamento.

La lettura territoriale dovrebbe perciò partire dal bisogno atteso e verificare quanto le prescrizioni se ne discostino. Il confronto acquista valore quando permette di individuare differenze non spiegate dall’epidemiologia e di interrogarsi sulle ragioni organizzative o prescrittive che le producono.

L’accesso può generare consumi opposti

Un sistema sanitario accessibile può far emergere bisogni precedentemente non trattati e determinare un aumento delle prescrizioni. In questo caso, consumare di più può indicare una migliore capacità di presa in carico.

Al contrario, percorsi frammentati possono produrre ripetizioni, terapie sovrapposte e scarsa revisione dei trattamenti. Anche qui i consumi aumentano, ma per ragioni molto diverse. Esiste poi la situazione opposta: livelli contenuti possono nascondere diagnosi tardive, rinuncia alle cure o difficoltà nel raggiungere i servizi.

Per questo la variabilità geografica non può essere giudicata esclusivamente con l’obiettivo di ridurla. Alcune differenze sono motivate e riflettono bisogni reali. Altre possono segnalare disuguaglianze o margini di miglioramento. Il compito della governance è distinguere le une dalle altre.

Anche la spesa privata racconta il territorio

Le differenze regionali riguardano anche la quota di spesa sostenuta direttamente dai cittadini. Compartecipazioni, acquisto di farmaci di classe C e scelta di prodotti diversi da quelli rimborsati al prezzo di riferimento possono incidere in misura differente sulle famiglie.

La spesa privata può riflettere preferenze individuali, ma anche tempi di attesa, difficoltà nell’accesso alla prescrizione e capacità economica. Quando il ricorso all’acquisto diretto compensa una risposta pubblica insufficiente o tardiva, il dato assume un significato che va oltre il mercato.

L’equità non consiste quindi soltanto nell’avere formalmente disponibili gli stessi medicinali. Richiede che il percorso per raggiungerli sia comparabile e che il reddito o il luogo di residenza non diventino condizioni determinanti per l’accesso.

Dai confronti alle decisioni

I dati regionali di OsMed possono aiutare amministrazioni e professionisti a individuare scostamenti, verificare le pratiche prescrittive e programmare interventi mirati. Per essere realmente utili devono però dialogare con altre fonti: flussi clinici, dati epidemiologici, ricoveri, aderenza ed esiti.

Un indicatore isolato mostra dove esiste una differenza. Un sistema informativo integrato può contribuire a comprenderne le cause.

Questo passaggio è importante anche per le politiche farmaceutiche nazionali. L’ingresso di nuove terapie, la crescita delle cronicità e la pressione sulla spesa richiedono una capacità di programmazione che non può prescindere dalle condizioni dei territori. Le risorse devono seguire i bisogni, ma i modelli regionali devono anche essere valutati per capire quali riescano a garantire accesso, appropriatezza e continuità.

Il Rapporto OsMed 2025 conferma che la geografia del farmaco resta articolata. Il dato non suggerisce di uniformare ogni comportamento prescrittivo, ma di rendere le differenze comprensibili e clinicamente giustificate. Solo così la variabilità smette di essere una fotografia statistica e diventa uno strumento per migliorare l’assistenza.

Fonti

Agenzia Italiana del Farmaco, L’uso dei farmaci in Italia. Rapporto nazionale OsMed 2025, 2026
https://www.aifa.gov.it/-/l-uso-dei-farmaci-in-italia-rapporto-osmed-2025

Agenzia Italiana del Farmaco, AIFA pubblica il Rapporto OsMed 2025 “L’uso dei farmaci in Italia”, 6 agosto 2026
https://www.aifa.gov.it/-/aifa-pubblica-rapporto-osmed-2025

Agenzia Italiana del Farmaco, Rapporti OsMed
https://www.aifa.gov.it/rapporti-osmed

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