Startup e new (never) normal

La pandemia ci sta portando verso una nuova normalità tutta da costruire. Come si inseriscono le realtà innovative italiane in questo contesto?

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Come evidenziato dai dati presentati dagli Osservatori Startup Intelligence e Startup Hi-tech del Politecnico di Milano, la scossa collettiva causata dalla pandemia ha avuto ricadute positive per l’ecosistema startup. Silvia Sanasi e Cristina Marengon, ricercatrici degli Osservatori, approfondiscono la questione, presentando i dati ottenuti da una survey condotta nel 2021 su 174 startup italiane. I risultati permettono di delineare la figura dello startupper medio, ma anche di capire l’opinione delle realtà innovative in merito a open innovation e al modo migliore di affrontare il cosiddetto new normal, che sta prendendo sempre più i connotati di un never normal. Infine Alessandra Luksch, direttrice dell’Osservatorio Startup Intelligence e della Digital Transformation Academy, e Federico Frattini, professore di Strategy and Innovation al Politecnico di Milano, concluderanno con l’analisi del rapporto che intercorre tra startup e imprese.

L’identikit dello startupper italiano

Il primo dato esposto da Marengon non sembra molto incoraggiante: chi fonda una startup oggi in Italia deve avere una buona capacità economica. Nonostante infatti fondi e finanziamenti, il 79% delle startup intervistate sono state costrette a chiedere prestiti bancari o a impegnare beni di proprietà dei fondatori. Al plurale, perché la maggior parte delle startup coinvolte ha mediamente tra i due e i tre fondatori.

Spazio quindi alla contaminazione tra competenze diverse, ma non al superamento del divario di genere. Ben l’88% dei fondatori intervistati sono infatti di sesso maschile, mentre solo il 12% sono donne. La presenza femminile in team misti si aggira invece intorno al 23%, mentre prevale tra i collaboratori dei fondatori, indipendentemente dalla grandezza della startup considerata. Piuttosto matura inoltre è l’età media in cui arriva il momento di aprire l’impresa, che si aggira intorno ai 41 anni.

A livello di preparazione, poi, l’82% degli startupper italiani ha almeno una laurea. L’ambito di studio è soprattutto quello tecnico-scientifico, mentre quello manageriale è molto meno rappresentato, soprattutto nella popolazione femminile. Meno diffusi ma comunque presenti, in particolare tra le donne, sono infine gli studi umanistici che, a fronte delle competenze fornite, potrebbero non aiutare a ottenere le skills necessarie a superare gli ostacoli della trasformazione digitale. Nel caso delle startup fondate da più di una persona, avere competenze diverse è poi un’arma vincente. I team multidisciplinari ricevono infatti mediamente finanziamenti più alti.

Chi ha paura del never normal?

Cambiare strategia senza cambiare visione: una sfida suggerita o forse imposta dalla pandemia. Come racconta Sanasi, il 57% delle startup intervistate ha provato ad adottare questo approccio durante il periodo dei lockdown, da marzo 2020 a marzo 2021. Solo per il 46% di loro però le modifiche adottate erano previste come permanenti, segno forse di una difficoltà nel leggere la situazione in continua evoluzione. Anche nella fase successiva di convivenza con il virus quasi la metà delle aziende ha cavalcato l’onda del cambiamento (48%). Questa volta la tendenza ad apportare modifiche permanenti è aumentata (64%), forse per prepararsi a un mondo che non tornerà più come prima.

L’impatto della pandemia inoltre è stato positivo per la maggior parte delle startup, soprattutto nella fase di convivenza con il virus. Questo si riflette sul personale assunto, che nella maggior parte dei casi non è andato incontro a nessuna variazione. Dato più che positivo, visto anche che nei casi in cui un cambiamento è avvenuto, si è trattato di assunzioni e non di licenziamenti: nel 28% delle startup in fase di lockdown e nel 44% in quella successiva. Solo una minoranza delle aziende intervistate ha invece dovuto ridurre il personale.

Tra i vari mutamenti catalizzati da un periodo così complesso vi sono anche quelli relativi agli stimoli esterni. In un panorama molto diversificato, si nota la diminuzione di importanza dei finanziatori nel periodo del lockdown, a fronte di una crescita del ruolo del confronto con altre startup. In continuo aumento anche nella fase di convivenza con il virus è poi la spinta data da clienti e consumatori, cartina tornasole dei cambiamenti di esigenze e abitudini nella popolazione.

Parola d’ordine: collaborazione

Le startup inoltre amano collaborare con università e centri di ricerca con modalità molto diversificate. Secondo i dati presentati da Sanasi, il 61% di quelle raggiunte dal sondaggio ha infatti preso accordi, ad esempio, per far svolgere progetti di tesi di laurea al proprio interno, per avere un aiuto nell’effettuare analisi e ricerche o per trovare collaborazioni con aziende.

Proprio la collaborazione con le aziende consolidate sembra infatti essere una sorta di evoluzione naturale per una startup. L’83% di quelle intervistate ha già intavolato questo tipo di relazione, più della metà di loro con aziende estere, mentre molte delle rimanenti hanno in progetto di farlo. In questo caso il never normal non c’entra più di tanto. Il 39% delle startup collabora infatti con almeno un’azienda da più di tre anni. La natura di queste collaborazioni può variare, spaziando dalle partnership commerciali a quelle in ricerca e sviluppo, fino alle relazioni di fornitura o al caso estremo dell’acquisizione.

Startup e imprese

Ma, come illustra Frattini, la collaborazione con le startup è solo uno dei meccanismi di open innovation con cui le aziende possono inseguire l’innovazione. Queste relazioni solitamente riescono a fornire un arricchimento a livello di competenze e know-how tecnologico soprattutto in quelle situazioni in cui i progetti di innovazione sono strategicamente complessi. Senza fretta. In genere infatti possono volerci anche anni per vedere i risultati della collaborazione.

Le aziende però stanno cominciando a utilizzare le startup anche come sentinelle per monitorare l’andamento dei trend tecnologici su progetti di minor complessità e su scale temporali ridotte. Per le aziende strutturate, spesso impedite nel reagire alla moltitudine di cambiamenti e stimoli complessi di questo periodo storico, collaborare con le startup può quindi essere uno strumento utile su più fronti.

Luksch spiega infatti che più di un terzo delle imprese analizzate collabora già con almeno una startup, mentre il 27% ha intenzione di farlo. Questa tendenza è più accentuata nelle oltre 160 grandi imprese intervistate, mentre lo è meno nelle circa 500 PMI considerate. Le aziende più grandi hanno infatti a disposizione maggiori competenze per monitorare il panorama delle startup e riescono anche ad assorbire meglio gli effetti di un eventuale fallimento. Inoltre anche dal punto di vista delle startup tendenzialmente le PMI sono meno attrattive.

Quando si instaurano, le collaborazioni riguardano essenzialmente l’identificazione di nuove tecnologie, nuovi partner commerciali, nuovi canali e la delocalizzazione della ricerca e sviluppo. Ma non necessariamente la ricerca di startup è finalizzata alla collaborazione. Può infatti avvenire anche solo per analizzare il mondo delle realtà innovative al fine di identificare nuove tecnologie e nuovi trend di mercato.

Verso il never normal

Le startup potrebbero quindi portare quella ventata di novità utile a superare le sfide globali che stiamo affrontando e che si prospettano all’orizzonte. Sfide in parte causate proprio dalle tecnologie che siamo abituati a usare e che è necessario innovare. La collaborazione tra imprese innovative e aziende strutturate potrebbe quindi essere la chiave giusta per affrontare al meglio il never normal.

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